mercoledì 27 marzo 2013

Sébastien de la Croìx

Spalancò gli occhi, terrorizzato.
La vista era ancora annebbiata, non gli permetteva di distinguere i contorni delle scure figure che lo circondavano, muovendosi e ondeggiando, protendendo le mani verso di lui.
"Sono all'inferno, la mia anima è persa per sempre!"
La febbre, dovuta all'infezione, lo fece fortunatamente ricadere in una oscurità assoluta, senza suoni e sensazioni.
"Cosa ne pensi medico?"
La voce profonda del supremo comandante dell'esercito dell'Islam Yusuf Ibn Ayub Salah-al-Din chiamato Saladino in occidente, fece sussultare come al solito, il povero medico.
"La freccia è stata tolta, la ferita cauterizzata...non resta che aspettare che la fibra forte di questo cristiano vinca la morte, domani all'alba saprò se..."
"E non mi chiedi, fido amico, perché ti ho fatto curare un crociato?"
"Allah è grande, Allah percorre sentieri misteriosi e voi, illuminato da Allah, avrete..."
"Le mie ragioni? Sì e a te solo, bada, voglio raccontarle ma che non una parola esca dalle tue labbra, altrimenti..."
Il medico annuì, spaventato e sudato; ne avrebbe fatto a meno delle sue confidenze, ma invitato a sedere nella magnifica tenda del suo signore di fronte a lui, pregò dentro di sé Allah che lo aiutasse a finire in bellezza quella strana giornata.

Dal buio Sébastien emerse a poco a poco: davanti a lui barlumi di luce cominciarono a brillare; gli sembrava di percorrere, da solo, un oscuro tunnel, alla fine del quale c'era una brillante nebbia luminosa.
Rivide sua madre che lo chiamava a sé, gli tendeva le braccia per abbracciarlo, come faceva da bambino.
II viso delicato della madre, morta per polmonite quando lui aveva solo tredici anni.
Nel delirio, la madre di Sébastien ora lo respingeva indietro, dolcemente ma con determinazione.
Le sue labbra era ferme, ma la voce era nitida.
"Torna, figlio mio, torna indietro, non è ancora tempo per te di vedere il paradiso..."
"Perché parla e si lamenta in codesto modo medico?"
"Il corpo sta combattendo la morte, lo spirito è sulla soglia di..."
Saladino come al solito, lo interruppe.
"Vedi, questo cristiano rispecchia un sogno che ho fatto dopo la presa di Gerusalemme.
Tu credi nei sogni, Abdul?"
"Alcuni profetici li manda Allah agli eletti, ma perlopiù è il riempire la sera troppo il ventre che..."
Scoppiò a ridere fragorosamente, il temuto Saladino.
"Hai ragione, ma questo vedi è stato uno strano sogno, nessuno dei miei saggi ha saputo
spiegarlo.
Ma bevi, bevi ancora con me questa menta è deliziosa."
"Ero in uno strano luogo" riprese il Saladino dopo una lunga pausa, il volto assorto.
"Alte montagne, quali mai ho visto nei miei viaggi mi apparvero, verdi valli percorse da torrenti copiosi d'acqua.
Una grande oasi messa da Allah dall'alto in basso, e poi mi ritrovai in cima, vicino al sole che bruciava, più forte che nei nostri deserti.
Camminavo su una sabbia bianca, gelida come le nostri notti, quando non bastano mai le pelli per coprirci dal freddo..."
"Sabbia gelata? sabbia bianca?
Povero Salah-al-Din che sogno è mai questo?" pensava il povero Abdul, ma tacque.
"Mi ascolti?" lo interruppe il sovrano. "Perdonatemi!"
"Poi dall'alto - continuò Saladino - piombò un uccello maestoso, dall'occhio di fuoco che mi impose di guardare l'orizzonte.
Non scorsi nulla dapprima, poi... un punto lontano diventò la figura di un giovane guerriero, lo sguardo fiero, la spada sguainata.
"Salah-al-Din!" disse una voce potente!
Ricordati, quest'uomo salverà due re, rendigli giustizia!
Mi ritrovai tremante su quella sabbia gelata e poi mi destai..."

Nel delirio, sognava ancora Sébastien.
Duellava nella sala d'armi con suo fratellastro Roland quella sera di fine luglio.
Il loro padre, Pierre de la Croix aveva avuto Roland dal primo matrimonio, ma la moglie era morta mettendolo alla luce.
Si era poi risposato, ma anche la seconda moglie, madre di Sébastien avrebbe lasciato presto questo mondo, con suo grande dolore di tutti.
Roland, essendo il primogenito, avrebbe ereditato per la legge del maggiorasco, tutti i beni della famiglia.
Molto forte era il legame affettivo tra i due ragazzi; Roland, orfano di madre, aveva istintivamente preso sotto la sua ala protettrice Sébastien, più piccolo di lui di cinque anni, comprendendo a pieno il suo stato d'animo nel momento del distacco dalla madre.
Il padre dei ragazzi li vedeva crescere uniti e pensava alla diversità di carattere tra i due.
Bruno e tarchiato il maggiore, di poche parole, biondo e snello il minore, sempre mobile ed irrequieto, capriccioso da bambino e avventuroso poi, e sempre a caccia di ragazze che del resto, l'adoravano.
Quando anche per lui arrivò il momento, si spense serenamente, raccomandando ai suoi figli di tenere sempre testa al Duca de la Salle; da lustri cercava di annettersi la valle dei De la Croix, appoggiato da potenti amici alla corte reale.
"Hai proprio deciso, Sébastien, vuoi proprio partire per questa crociata?"
"Attento, fratello stai scoprendo la destra!"
Sì ho deciso, tutti i miei amici cadetti partono per questa giusta causa, liberare Gerusalemme dall'infedele, conquistare la gloria, l'onore, la..."
Con un balzo improvviso, Roland eseguì un affondo ed Agustin, il maestro d'armi, dichiarò finito il duello.
"Ma non è giusto, fratello, voglio la rivincita!"
Roland sorrise, pensando che a diciotto anni e mezzo e in procinto di essere investito cavaliere, Sébastien non voleva saperne di perdere.
Si tolsero l'armatura leggera di allenamento. "Vieni, Sébastien, parliamone." insistette Roland.
Fu tutto inutile: il ragazzo scalpitava e Roland invano cercò di spiegargli che molti di quelli che partivano, erano intenzionati a razziare piuttosto che liberare il santo sepolcro di Cristo.
Sébastien essendo stato educato con ideali cavaliereschi, non poteva credere che una santa crociata in cui interveniva il re di Francia, non potesse essere un'avventura meravigliosa.
Partì dopo un mese, affidando a Roland il falco pellegrino che suo fratello gli aveva regalato per il suo diciottesimo compleanno.

"Io non ci capisco niente ed ho anche fame!" pensava Abdul.
"Cosa ne pensi Abdul, del mio strano delirio?"
"Mah, è forse mandato da Allah..."
Salah-al-Din che conosceva bene il suo fedele medico, battè le mani e da dietro una spessa tenda, apparvero vassoi di vivande portate da tre ragazze velate.
"Tu hai fame, Abdul ti conosco, non ragioni se non mangi; io intanto proseguo a narrarti questa strana storia del cristiano."
"Dunque, mi dimentico nel tempo del sogno che pure mi aveva perseguitato per mesi e siamo alla battaglia di ieri.
Ti ricordi tutto della battaglia, amico?"
"Gloriosa battaglia, Allah..."
Con in bocca un grosso boccone di agnello arrostito, era difficile declamare di più e Salah-al-Din proseguì, condiscendente.
"Tutti dicono di me che sono giusto e misericordioso, ma spietato con gli infedeli.
Sai che di rado ormai partecipo alla battaglia di persona, i miei scaltri consiglieri mi vogliono bardato da re sul mio cavallo a sovrastare." sogghignò Saladino.
"Tu mi conosci più di chiunque altro, sai quale fuoco arda ancora dentro di me." "Allah vi ha concesso di vivere in forza, ma dovreste ora..."
"Cosa devo fare, lo so!
Allora, l'esercito cristiano era schierato fuori le porte della fortezza.
Io, vestito della stessa armatura dei miei guerrieri scelti, ho voluto provare se le mie forze
fossero ancora quelle di un tempo.
Ho portato solo la mia fida scimitarra, da lei non mi separo mai."

Un dolore acuto fece risvegliare Sébastien.
Dove si trovava?
La vista, di poco migliorata, gli fece scorgere l'interno di una grotta, forse una tenda e due figure avvolte in bianchi barracani nel fondo.
Abdul si accorse del suo risveglio per primo.
"Dove, dove sono?" chiese Sébastien.
"Cristiano, ringrazia Allah di essere vivo e bevi questo, subito!"
Anche Salah-sl-Din si era avvicinato.
"Sono prigioniero?"
Gli occhi di Sébastien, azzurri come il mare, erano pieni di fierezza.
Salah-al-Din guardandolo, pensò alle sue due fìglie, dagli occhi scuri come la pece. Allah gli avrebbe mai dato un figlio maschio?
"Ospite, cristiano, sei ospite." "E di chi?"
Ma la potente pozione sedativa che Abdul gli aveva propinato lo fece ripiombare nel sonno ancora una volta.

Nella valle dei De la Croix, tutti sentivano la mancanza di Sébastien.
Roland si era deciso a sposarsi, ma il suo matrimonio non era stato per amore, piuttosto per assicurare un discendente alla famiglia.
Si accorse ben presto però, che la moglie Sophie era dispotica ed arrivista.
Quando nacque Jacques, Sophie si addolcì, sperando per suo figlio un futuro luminoso, magari nella capitale.
Era passato un anno dalla partenza di Sébastien di cui lei aveva sentito così tanto parlare con ammirazione e di cui inconsciamente era gelosa.
Voleva essere il centro delle attenzioni di Roland, il quale pensava continuamente a suo fratello, soffrendo per la mancanza di notizie dalla Terra Santa.
Quella settimana, gli avevano portato il falco pellegrino di Sébastien, ferito ad un'ala durante una battuta di caccia.
L'aveva preso come un triste presagio e aiutato dallo speziale del convento, l'aveva curato con grande apprensione, quasi fosse Sébastien stesso.

Era immerso nella polvere Sébastien, mentre continuavano le visioni del suo passato.
Il sangue, il sudore, l'odore della morte, tutto quello che alla partenza non avrebbe mai immaginato essere possibile, era reale, davanti ai suoi occhi.
Era un valoroso e coraggioso crociato; l'esperienza, oltre all'ottimo allenamento fatto da ragazzo con il suo maestro d'armi, lo aveva temprato in poco tempo.
Il re di Francia difatti, poco avvezzo ad esporsi, l'aveva voluto a combattere tra la sua guardia personale.
Quel giorno la battaglia si era fatta sempre più cruenta, incerta.
Era tutto un portarsi avanti ed arretrare tra le due fazioni.
La croce rossa di Cristo sventolava alta e la mezzaluna nera la contrastava.
Molti cavalli dei crociati erano stati azzoppati o colpiti da frecce, il corpo a corpo si stava trasformando in un massacro.
Stille di sudore rigavano la fronte e mondavano gli occhi di Sébastien.
Fendeva sicuro con la sua spada i corpi dei nemici, poi d'improvviso qualcosa lo fece voltare: accanto a lui, il re di Francia, appiedato e stanco, stava per essere colpito alla testa da una scimitarra nemica.
Lesto, tirò fuori un pugnale da lancio, lo lanciò trafiggendo la mano del musulmano. Era sempre stato il migliore nelle gare di lancio del pugnale nella sua valle. Il re ebbe tempo di arretrare, sapendo chi l'aveva salvato.

"Abdul, allora sopravviverà?"
"Pare di sì, quel cane di un cristiano,"
"Quel cane, Abdul, ha impedito che un altro cristiano mi colpisse alle spalle.
In cambio, ha ricevuto una freccia dei nostri arcieri, i migliori del mondo, nell'incavo
dell'omero, ove le loro armature hanno un punto vulnerabile."
Era ormai l'alba, la febbre stava scendendo, il respiro di Sébastien si era fatto più regolare.

Gli sembrava ora, di combattere ancora.
Ritiratosi il re, la battaglia proseguiva ancora, ma era chiaro che la sconfitta dei cristiani fosse imminente.
Al tramonto, tutto sarebbe finito e forse sarebbe stato possibile raccogliere i corpi. Una profonda tristezza lo aveva preso, ma combatteva ancora.
Di fronte a lui, un vecchio soldato musulmano si batteva come un lcone, con la scimitarra più bella che avesse mai visto, spada da re.
Era prostrato il vecchio, non si accorse che dietro le sue spalle, un crociato lo stava per trafiggere.
"No, non così, per amore di Cristo, no!"gridò Sébastien.
Gli usi della cavalleria, non consentivano di colpire alle spalle. Sébastien era un cavaliere d'onore, oltre ad essere un crociato.
Tanto bastò perché la guardia personale di Salh-al-Din, messa in allarme dal grido di Sébastien, intervenisse.
Il crociato fu giustiziato all'istante e il vecchio fu portato via, ma Sébastien non fece in tempo a comprendere la situazione.
Una freccia avvelenata gli aveva fatto perdere i sensi, dopo pochi secondi Salah-al-Din impartì ordini secchi, lasciando stupefatti i suoi.
Lo avevano portato via, per farlo curare.
Abdul aveva ascoltato lo stesso episodio che il crociato stava rivivendo nel sogno, raccontato dal suo sovrano.

Era solo un medico, ma non possedeva una mente illuminata, pensò solo che Allah era stato magnanimo con entrambi.
Arrivò l'alba, Sébastien superò il peggio.
Fu trattenuto fino a ristabilirsi completamente.
Molti e segreti furono i discorsi tra lui e Salah-al-Din che s'interessava di matematica e di astrologia e di cui Sébastien aveva una vaga conoscenza.
Persino Abdul fu escluso da quegli incontri.
Volle sapere usi e costumi della Francia, ma volutamente nessuno dei due parlò di armi ed attrezzature militari.
C'erano le spie per quello.
Quando fu il momento, Salah-al-Din gli fece dono di un cavallo delle sue scuderie e Sébastien promise di fargli avere in qualche modo, uno dei famosi falchi pellegrini della sua valle.
"Ragazzo, perché sei venuto a Gerusalemme?" gli chiese Salah-al-Din all'ultimo istante.
"Per liberare il santo sepolcro dagli infedeli!" rispose Sébastien sorridendo.
Fremettero i dignitari, mettendo mano alle armi.
"Fermi!"
"Anche noi, Sébastien, anche noi siamo qui per lo stesso motivo! Possano i nostri popoli comprendersi un giorno.."
Abdul assistendo alla scena, continuava a non capire cosa avesse di speciale questo cristiano, ma si ripeteva, Allah percorre vie oscure all'uomo.

II falco pellegrino si era ripreso, l'ala era guarita, ma nonostante gli sforzi di Roland e del capocaccia non ne voleva sapere di volare.
"Testardo come mio fratello, uguale!" pensava Roland che di nascosto di sua moglie Sophie, parlava a Jacques dello zio partito per la crociata, forte e valoroso.
Il bambino era molto intelligente, già parlava bene e si mostrava ardito, come tutti i De la Croix.
Quel giorno, sulla torre del castello, scrutavano assieme l'orizzonte.
Il duca de la Salle, nemico della famiglia era perito per un pasto abbondante di funghi, di cui era ghiotto.
Alcuni parlarono di veleno, ma erano così tanti i suoi nemici che chiunque avrebbe potuto farlo.
Morto senza eredi, il ducato era tornato per legge sotto la tutela della corona.
Un grande pericolo si era eliminato da solo e Roland aveva tirato un sospiro di sollievo.
Qualcuno lo chiamò dal cortile del castello. "Mio signore, mio signore!"
Prese in braccio il piccolo e scese.
Un messaggero del vicino feudo di Belleville gli portò un messaggio.
Il re di Francia con altri crociati, ritornava in patria.
Sul suo trespolo, senza che nessuno lo vedesse, il falco di Sèbastien che nessuno legava più, allargò le splendide ali ed abbozzò un breve volo.
Passò ancora un mese: voci da Marsiglia e Lione arrivarono, parlavano di un ritorno dei francesi, poi furono solo piccoli drappelli ad arrivare.
Roland festeggiò il ritorno di amici crociati che erano finalmente tornati, pochi per il vero.
Il suo cuore era gonfio di tristezza, di suo fratello nessuno sapeva qualcosa e persino sua moglie si era commossa, ed era andata a pregare più volte nella cappella del castello per impetrare la grazia della Vergine Maria.
Quel giorno di settembre, già le cime delle Alpi erano imbiancate di neve, ma il sole era ancora caldo.
Roland pensò di far prendere un po' d'aria a Jacques, si fece preparare il cavallo e lo montò con lui.
Il portone gli fu spalancato ed il desto cavallo si mosse tranquillo, agli ordini del suo padrone.
Non fece in tempo a percorrere pochi metri che dagli spalti del castello si lanciò nel vuoto una freccia alata dalle stupende ali distese.
"Padre, padre è il falco dello zio!"
Roland si girò di scatto: era proprio lui, forse aveva scelto la libertà, forse aveva dimenticato il suo antico padrone.
Il volo in tondo, sembrava non finire mai, poi di colpo ed in picchiata si diresse verso la piccola cappella sul sentiero, là dove i contadini pregavano prima del lavoro.
Si fermò a terra, ai piedi di un giovane uomo a cavallo fermo davanti all'immagine dell'edicola, nascosto alla vista fino a quel momento dagli alberi del sentiero.
Il bimbo non ebbe dubbi: "Zio Sèbastien?"
Non bastarono i giorni e le notti ed i banchetti per farsi raccontare tutto da Sébastien che fu al centro dell'attenzione di tutti per giorni e giorni.
Persino la cognata lo prese a benvolere, perché non lo percepiva più come un pericolo reale.
Una sera però, guardando Sébastien negli occhi Roland capì era sì un uomo fatto, ma provato e stanco, senza illusioni sul proprio futuro.
"Cosa pensi di fare ora, fratello mio?"
"I fratelli cadetti o ripartono in guerra o si mettono al servizio del re.
Ho visto troppo sangue, Roland, troppi morti, non so cosa fare della mia vita, fratello."
"Non dire così fratello mio, abbi fiducia."

A fargli fare qualcosa, ci pensò il re di Francia, che tra tanti cortigiani bramosi di potere, donò il ducato de la Salle all'unico nobile che non l'avesse richiesto dopo la crociata e per di più quello gli aveva salvato la vita in Terra Santa.
Aveva bisogno di alleati sulle Alpi, era in lotta con il re d'Inghilterra e mise tutti a tacere.
Prima della cerimonia di investitura, Roland, Sébastien e Jacques si erano riuniti per la vestizione nella sala d'armi.
Sébastien ancora dolente alla spalla destra colpita dal dardo, fu aiutato da suo fratello Roland ad indossare l'armatura d'onore richiesta dal cerimoniale.
"Mio signore mio duca, ora che siete più vicino agli occhi del re, dovremo inchinarci al vostro cospetto?" chiese scherzosamente Roland al fratello.
"Vedremo conte, vedremo.
Aspetta che mi guarisca la spalla e poi ti sfido a duello. Ho una rivincita, ricordi?"
Risero copiosamente i due fratelli, finalmente insieme.
Jacques era estasiato e nel suo cuore conservò per sempre le immagini del padre e dello zio, e di quel giorno speciale.

Sotto la tenda, a miglia di distanza, fremeva Salah-al-Din.
Fatima la sua terza moglie stava partorendo, senza troppo lamentarsi.
Abdul gli era accanto, ma non poteva assistere.
La donna più anziana ed esperta dell'harem fungeva da levatrice.
Ci fu un profondo silenzio e poi un acuto vagito.
Salah-al-Din invecchiato, sembrava un padre ansioso alle prime armi.
"È un maschio!", gli disse l'anziana donna, porgendogli un fagottino urlante.
"Allah è grande!" commentò Abdul, tanto per non sbagliare.
La sua mente corse subito a tutte le portate prelibate che non sarebbero mancate ai banchetti offerti dal suo generoso signore e amico.
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Racconto partecipante alla settima edizione di © Philobiblon (2010)

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