sabato 7 aprile 2012

La Compagnia della Freccia Rossa

Abbazia di Vezzolano
Sella di Vezzolano, un tramonto d’inizio inverno, A.D.1110.
La vista necessitò di qualche attimo per abituarsi a sopportare il contrasto tra il rossore accecante dell’ultimo sole e il buio alle loro spalle. Stagliandosi sul valico, tre uomini a cavallo contemplavano il congedo del giorno. Nel freddo pungente, il vapore dalle narici e il movimento pigro delle code degli animali erano l’unica animazione di quel palco sospeso nel cielo.
Per la prima volta dopo molto tempo le Alpi si svelavano loro circondandoli. Le mani impugnavano giunte l’elsa delle spade mentre respiravano l’odore di sottobosco, neve e legno. La croce rossa sulla veste bianca copriva le loro cotte in maglia di ferro accomunandone i destini.
Il profumo di un camino nelle vicinanze anticipava che dopo una giornata intera di cavalcata avrebbero trovato un rifugio coperto.
La via dalla Terra Santa era stata lunga. Non avevano mai abbassato la guardia. Fino a quel punto non avevano fatto soste se non per i brevi riposi notturni.
sentenziò il più anziano con l’accento della Corona di Aragona.
Scesero a piedi la breve mulattiera tra il passo e l’abbazia tenendo le redini. Bussarono sul portone a destra della chiesa. Il doppio colpo del guanto sul legno ruppe il silenzio della vallata con due suoni secchi.
disse uno dei tre in un italiano cadenzato da intonazione francese.
La pesante anta cigolò sui cardini fino a lasciare un passaggio. I due cavalieri più giovani seguirono il frate puntando alle stalle per ricoverare i cavalli.
Il terzo attraversò lo spiazzo in direzione dell’edificio a due piani. Aveva un’età difficile da definire. Le rughe del viso e la barba davano al volto la maturità  di una corteccia provata dalle intemperie di molte stagioni. Non era vecchio ma tutto del suo portamento raccontava di un’educazione lontana votata alla resistenza. Era originario delle terre al di là dei Pirenei, dove gli avevano insegnato a combattere i saraceni. Poi, conoscendoli, aveva iniziato ad apprezzarne la cultura e da loro aveva anche imparato a fare di conto e leggere il cielo.
Per la sua età, maggiore degli altri due, e per la statura imponente l’aragonese era identificato spesso come la guida dei tre. In realtà era come se pensassero con un’unica mente, ben consci che nessuna singola parte di una testa prevale sulle altre parti. Piuttosto ogni porzione interviene nella magica sintonia che l’anima richiede. E quei tre si comportavano davvero come sfumature diverse di una sola anima.
Quella sera nel convento, a vederlo camminare di spalle tra i frati,  il cavaliere più anziano pareva una montagna di carne. La coperta tolta dal retro della sella era appoggiata sulla sua spalla destra mentre la mano avvolgeva la forma di croce della grande spada. Sotto l’altro braccio, una tela marrone affiancata al coltello avvolgeva un oggetto grande quanto lo zoccolo di un cavallo.
Accompagnato nella foresteria scelse le tre brande più appartate.
Attese gli altri due e insieme si presentarono al refettorio.  Il servizio era già iniziato quando entrarono nel locale richiamando l’attenzione di tutti. Il rumore delle stoviglie scemò sulle due lunghe tavolate lasciando udire solo i passi dei loro pesanti stivali.
,,, si distinse da più parti in un coro sommesso di bisbigli. Un colpo di tosse dal tavolo del priore richiamò all’ordine e al silenzio.
Il tepore del locale era un sollievo al freddo della notte piemontese. Dopo aver appoggiato sul tavolo l’involucro che scortavano, si sedettero.
Consumata la cena si trovarono a fissare ognuno la piccola coppa in coccio dove avevano bevuto. La fissarono. Poi, senza dire nulla, si guardarono e si voltarono in direzione del tavolo dell’abate. L’aragonese annuì e, appena i frati iniziarono ad alzarsi, si diresse verso la guida spirituale del convento.
L’alba fu anticipata dal lontano latrato di un cane nei campi. Uscirono sull’aia. Quel che rimaneva delle nebbie della notte era rimasto aggrappato alle parti ombrose delle colline mentre sui pianori del fondovalle la tavola morbida della foschia si lasciava bucare dalle cime degli alberi.
disse l’aragonese fissando una sella tra le montagne.
, aggiunse.
Il priore lo aveva informato che dalle abbazie della Novalesa e della valle di Aosta erano arrivate notizie che i passi per la Francia erano ormai chiusi. In più, tutta la regione era infestata da soldataglie, sbandati e briganti.
La giornata trascorse tranquilla. Mentre i frati erano intenti nelle loro attività, il più giovane dei cavalieri aveva raggiunto la stalla e stava controllando la zoccolatura dei destrieri. Arrivava dalla Cornovaglia e aveva la passione per i cavalli. Strigliava personalmente il suo e  trascorreva con lui talmente tanto tempo che i compagni pensavano seriamente riuscisse perfino a parlargli. Sapeva che, dopo un viaggio tanto lungo, un maniscalco non avrebbe nuociuto alla zoccolatura delle bestie.
Il secondo  dei crociati aveva invece seguito i frati nel bosco. Gli servivano rami dritti adatti a ricavare frecce. Un grande frassino in cima al pascolo sembrava perfetto. Vi si arrampicò e colse il necessario aiutandosi col pugnale. Non era consuetudine per un cavaliere usare l’arco, ma, nella contea dove era nato, l’arte del tiro era praticata anche dai nobili, che si distinguevano dagli arcieri comuni per il marchio rosso pennellato su ogni dardo.
Quando decise di abbandonare la patria alla volta della Terra Santa, il genitore fece confezionare al figlio un arco di dimensioni tali da essere agilmente impugnato anche in sella. Assieme gli diede una polvere rossa che avrebbe potuto utilizzare per marchiare le frecce e continuare a distinguersi.
Si unì agli altri due durante la difesa da un assalto di una delle bande di delinquenti che infestavano le vie per Gerusalemme.
Nonostante quel che si raccontava in Europa, col trascorrere dei mesi in oriente avevano constatato che la città del Santo Sepolcro era in quel tempo un esempio di accettabile convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei. Le minacce per i pellegrini erano piuttosto sulle strade, dove bande feroci razziavano ogni bene e non esitavano a uccidere chiunque apparisse vulnerabile, senza distinguere la fede.
Capitò che i tre difesero dai banditi una carovana di arabi tra le colline della Galilea. La notizia, rafforzata dal fatto che da soli riuscirono a disperdere almeno una ventina di assalitori, fece presto il giro dei mercati di ogni città facendo guadagnare loro il rispetto di tutti  e il titolo di “compagnia della freccia rossa” per la inconsueta dotazione d’arma di uno di loro. Poi, essendo uno dei superstiti un confidente del re di Gerusalemme, il racconto delle gesta arrivò a corte e furono convocati.
Quando si trovarono scortati dalla guardia reale pensarono semplicemente a un banchetto in loro onore, nulla di più.
Giunti a palazzo, invece, il sovrano lasciò subito la sala del trono per accompagnarli in una stanza appartata. Lo spazio era fastosamente decorato e aveva al centro una specie di altare. Quando lo scatto della chiave aprì l’unico sportello, i tre rimasero delusi dal contenuto.
Le pareti d’oro riflettevano solo un modesto vaso in terracotta.
Si domandarono la ragione di tanto sfarzo per un oggetto di così poco valore.
esclamò il re interrompendo il silenzio d’imbarazzo.
Nessuno ribatté e passò qualche secondo prima che il sovrano continuasse, rivolgendosi a loro.
domandò l’aragonese.
Si congedarono dopo aver ricevuto il prezioso oggetto, avvolto in un sacco di tela. Non avevano un’idea chiara sulla destinazione, ma convenirono che l’Europa, con le sue storie di santi e reliquie, sarebbe stata la loro meta finale.
Il franco, dalla cima del grande albero dove si era arrampicato, si guardò attorno riflettendo su come quelle colline tanto pacate nei movimenti ricordassero quelle della Galilea. Pensando alle parole dell’abate, fu colpito anche dalla similitudine delle minacce che gravavano sugli indifesi. Erano forse quelli due segnali sulla possibile destinazione che stavano cercando? Ne parlò agli altri due e convennero che, se era una coincidenza, era ben strana. E se non lo era, allora avevano trovato la loro meta.
Avrebbero dunque aspettato il corso degli eventi nella zona. In ogni caso non si poteva rischiare di mettere a repentaglio il tesoro.
L’indomani, dopo aver preso congedo dal convento, si diressero oltre il valico in direzione della grande città sul Po, che avrebbero raggiunto da sud. Torino era stata decantata loro per la sua importanza e soprattutto per la presenza tra le mura di reliquie.
Arrivarono in cima ad un colle dal quale la vista spaziava in direzione del mezzogiorno. La linea dell’orizzonte era ancora una volta un susseguirsi di boschi. Poco più avanti notarono che, rispetto alla quiete che fino a quel momento li aveva accompagnati, si sentivano grida, nitriti e colpi di ferro.
Nella radura appena oltre la discesa un uomo a cavallo stava resistendo a un gruppo di assalitori armati di lance e mazze. I tre corpi dei soldati che forse erano la sua scorta giacevano a terra attorno ad un carro. Il cavaliere era stato colpito sul volto e nella sua spalla destra era conficcata una freccia. Nonostante le ferite continuava a battersi con energia.
Senza neppure guardarsi, i tre dalla cima si lanciarono contemporaneamente al galoppo. Lo scalpitio sullo sterrato investì gli assalitori sorprendendoli con l’intensità di un acquazzone improvviso. Il sibilo delle lame estratte dai foderi precedette di pochi istanti l’attacco. Gli aggressori si resero conto delle insegne crociate solo quando i due che brandivano la spada li stavano sovrastando impennando i destrieri.
Colti dal panico erano sul punto di disperdersi quando, dalla direzione opposta della strada, un gruppo di altri sei in sella stava già caricando in rinforzo.
urlò il ferito al franco che si era intanto schierato a sua protezione.
rispose mentre con l’arco stava già puntando una freccia marchiata di rosso. Scoccatala, il tiro entrò dritto nella feritoia dell’elmo del primo dei nuovi assalitori, che balzò indietro disarcionato improvvisamente come se un muro lo avesse travolto.
Mentre i due crociati si preparavano alla nuova ondata, una seconda freccia rossa colpì un altro facendolo scivolare.
Allo scontro tra i due gruppi, la lama dell’aragonese saettò sul collo del primo capitato a tiro senza che questo avesse il tempo di accorgersene. Un vortice di sangue punteggiò di una scia color rubino il prato innevato mentre la testa orfana del corpo roteava nell’aria per schiantarsi a molte braccia di distanza.
In breve i colpi di spada nella radura risuonavano sospesi sordamente nell’aria secca mentre la neve attutiva il calpestio degli zoccoli. Nel teatro di una battaglia senza eco, una cerchia di alberi scheletrici testimoniava la ferocia di un inferno soffice e senza clamori.
L’inglese stava resistendo a malapena ad altri due quando nella spalla di uno si materializzò con un tonfo preciso un dardo rosso. Il crociato approfittò della distrazione dell’aggressore più vicino per allungare la lama nel fianco dell’avversario. Mentre il ferro misurava la carne in profondità, lo strazio di un gutturale lamento di morte lacerò l’alchimia di colpi di spada, zoccoli e nitriti. Come frastornati, i pochi assalitori rimasti scelsero la fuga dileguandosi in pochissimo.
Si concentrarono sul cavaliere ferito. I corvi iniziarono a gracchiare volteggiando in attesa del banchetto che presto avrebbero consumato su quel che rimaneva dello scontro.
Sdraiarono il superstite all’interno del carro. Era più grave di quanto credessero.
sospirò con un filo di voce dimostrando di aver capito chi era accorso in suo aiuto.
Non sapendo cosa li aspettasse oltre la strada, decisero di tornare a Vezzolano.
Appena il ferito e il carro furono affidati alla custodia dei frati, i tre si recarono dall’abate, che aveva assistito al rientro.
Guardò fuori dalla finestra.
< È Andrea da Chieri, figlio del podestà locale. Nei momenti più duri del nostro inverno gira con un carro di vivande cercando di alleviare i disagi dei poveri. Chi ha ordinato l’assalto lo conosce bene. Probabilmente non era neppure distante da voi. Forse è rimasto nascosto nel bosco mandando avanti i suoi scagnozzi …
… ma vi hanno sottovalutato.>
L’abate si avvicinò intanto alla tavola e versò in tre coppe un dito di liquido trasparente.
Bevendo, il franco e l’inglese avvertirono una colonna di fuoco vivo bruciare nelle loro viscere e strabuzzarono gli occhi accennando un colpo di tosse.
L’aragonese, più avvezzo ai prodigi dei frati, abbassò lo sguardo celando un sorriso.
Un rumore di passi si avvicinò dal corridoio. Un giovane frate bisbigliò all’orecchio del superiore. Poi questi si rivolse nuovamente a loro.
L’aragonese stava fissando il crocifisso sopra la parete e avvertì gli occhi dei compagni su di lui.
Si girò verso di loro e, con un cenno del viso, fece segno di passargli il sacco della reliquia dal quale non si erano mai separati.
rispose.
Scesero le scale e raggiunsero la stanza del cerusico dove il corpo del giovane giaceva ricoperto da un saio fino all’altezza del torace. Tremante e madido di sudore era in preda ad una forte febbre. Fissava il soffitto e sussurrava versi indistinguibili. La lama era stata estratta dal corpo ma la spalla e la fronte lacrimavano sangue fresco.
L’aragonese iniziò a svolgere il panno che rivestiva il calice quando la mano del priore appoggiata sul suo braccio lo frenò.
, disse con il tono di voce più rassicurante che ci si potesse aspettare.
Il cavaliere annuì.
Le torce sul muro diffondevano la luce facendo vibrare la superficie in mattoni. Solo gli occhi acquitrinosi del morente e il sangue delle ferite restituivano un tenue bagliore. Il più anziano dei cavalieri, dopo che gli fu riempito il calice, si avvicinò al corpo ormai immobile. Rovesciò il liquido sulla prima ferita, poi sulla seconda.
Intanto il cavaliere della freccia rossa fissava l’azione. Pensava che quel corpo, pur martoriato, non mancasse di grazia e fascino.
Più volte, aiutandolo con una mano sotto la nuca, lo aiutò a bere. Rimase al suo fianco sentendolo respirare a fatica. La notte trascorse tra i deliri che la sofferenza portava.
Quando Andrea si risvegliò, i tre uomini erano al suo capezzale. Attraverso le palpebre appena socchiuse mise a fuoco sulla parete buia le figure illuminate di traverso.
Il rosso della croce e il bianco sui pettorali risaltavano sotto le barbe che ricoprivano i volti.
Sussurrò un grazie con un filo di voce e richiuse gli occhi lasciandosi scivolare nel sonno ristoratore ormai lontano dal confine con la morte.
Giudicandolo ancora troppo debole per spostarsi, decisero di lasciarlo in custodia dei frati per qualche giorno. Il franco sarebbe rimasto a vigilare mentre l’aragonese e l’inglese si sarebbero mossi alla volta di Chieri. Ne avrebbero approfittato per riferire la buona sorte e guardarsi attorno.
Giunsero in vista della città dal suo margine settentrionale. Il pendio digradava in direzione della pianura invernale e di un’isola compatta di edifici. Le mura serravano le falde dei tetti che sfaccettavano come un mosaico la luce pallida del giorno. Da un bosco di comignoli, rami di fumo si levavano dritti verso il cielo spento. Sul blocco uniforme delle case torreggiavano la collina e il castello.
Il loro passaggio richiamò lungo le vie due ali di curiosi.
Giunti al palazzo, il padre di Andrea ascoltò la storia senza mai interrompere.
Rinunciando a ogni una parola si inginocchiò tra i cavalieri, ne prese le mani e le baciò.
disse l’aragonese notando il filo di lacrime silenziose che rigava la guancia.
Pregò i salvatori del figlio di considerarsi a casa propria e di approfittare del suo tetto per tutto il tempo che desideravano. Dispose poi che un plotone raggiungesse Vezzolano.
Prima della partenza dei soldati, il podestà si accertò che accompagnasse il gruppo un carro ben fornito di farina, sale e carne per i frati. Considerati i rischi e il pericoloso precedente su quella strada, i due crociati chiesero di mettersi alla testa del convoglio.
Il viaggio trascorse in realtà senza rischi e quando giunsero all’abbazia scorsero il franco e Andrea nel cortile illuminato da un tiepido sole.
Il crociato stava facendo provare al giovane il suo arco.
I compagni  si compiacquero della scena, notando con soddisfazione che il ferito si reggeva sulle proprie gambe. In quanto alla cicatrice sul volto, era scomparsa.
Ognuno dei cavalieri si era trovato già nelle condizioni di appoggiare le sue labbra a quel modesto coccio. Ora, giunti in quei luoghi, quanto avevano veduto li persuase che forse erano alla meta.
Chiesero e ottennero dal signore di Chieri di risiedere in città e di poter custodire in una segreta del palazzo il loro tesoro. Domandarono anche che nessun documento riportasse la concessione. In questo modo solo loro avrebbero deciso quando e come rendere pubblica la reliquia e i suoi straordinari poteri.
Andrea, intanto, continuò a frequentare i crociati. Fu ammesso alla loro intimità. Ne apprese l’educazione alla cavalleria. Dal cavaliere della freccia rossa imparò a tirare con l’arco e a confezionarsi personalmente i dardi.
Quando li vedeva insieme, l’aragonese non mancava di intenerirsi. Pensava al giorno lontano in cui anche lui accompagnava un cavaliere più anziano, un uomo che non gli aveva nascosto nulla, di sé e della vita. Provò una sensazione di calore, un piacevole affetto per i compagni di cammino, vecchi e nuovi.
Nelle stagioni successive sventarono altri agguati e smorzarono molte prepotenze. Nel tempo, la loro fama rese più tranquillo il Monferrato e superò di gran lunga i confini delle terre di Torino.
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Racconto partecipante alla sesta edizione di © Philobiblon (2011)

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