martedì 7 marzo 2023

Il borgo senza peste

Il borgo senza peste di Peter Hubscher

“Cosa fai lì? Siediti”.
Brusco come sempre, il padre priore mi indicò lo sgabello. Zoppicando a causa della gamba ferita durante la crociata, si diresse verso lo scranno che dominava la sala.
Sedutosi, batté impaziente il bastone sul pavimento per richiamare la mia attenzione e mi ingiunse: “racconta”. “Reverendo Padre” iniziai, “come sapete la peste già da due anni avanza portando morte.” “Sì, questo lo so” rispose “ma della tua indagine cosa mi dici?” “Come mi avete chiesto” iniziai,” ho trovato il borgo dove dicono la peste non alligni. Intorno i villaggi e le campagne sono stati percossi dal castigo divino, ma lì non vi è morte. Vi racconterò i dettagli. Ora sappiate che il prete del borgo mi ha confermato che malgrado la scarsa fede e la vita peccaminosa e il poco rispetto per la Santa Madre Chiesa, gli abitanti godono di buona salute.”
Il padre priore si fece attento. Continuai pesando le parole “Il prete mi ha raccontato di un uomo e della sua compagna che con suggerimenti hanno evitato il diffondersi della epidemia. Il prete del borgo che avevo incontrato l’anno prima al pellegrinaggio di santa Agata, ritiene sia un negromante e la donna la sua strega, ma i villici dicono essere persona gentile e sapiente nelle cure mediche. Già da anni e prima della pestilenza con erbe mediche e pomate e infusi curava le loro malattie. Richiesti se questo uomo avesse chiesto di commettere atti sacrileghi o rinnegare Cristo, i villici, hanno risposto che no, anzi che era in buoni rapporti col prete, curando che venisse data l’estrema unzione a coloro che non aveva guarito. Mi sono annotato i suoi consigli contro la peste.”
“Padre Germano” il priore puntò il bastone verso la porta che, leggermente socchiusa lasciava intravedere un paio di sandali. “Se avete da commentare, prego non state nell’ombra come un ladro, ma venite avanti e dite la vostra opinione”. Padre Germano alto, magro, barbuto e con gli occhi da folle, iniziò a inveire “Ma che storie sono? Nessuno può curare il morbo. Questa è la giusta punizione per i nostri peccati e per essi tutti dovremo morire. Chi si oppone o crede nei rimedi terreni è contro Dio e di per sé eretico.”
“Padre Germano, ascoltate” rispose il priore “potreste avere ragione, ma ora andate. Curare i malati è opera di misericordia e io vedo che muoiono i peccatori e anche i santi”. Padre Germano prima di uscire si girò verso di me e sibilò:” Anche tu, peccatore che ti diletti di scrivere e copiare testi di lussuria invece di dedicarti solo ai Vangeli, morirai e la tua carne sarà putrida come la tua anima. Saranno cibo per le bestie e Satana.”
Padre Germano chiuse la porta e sentimmo i passi allontanarsi.
Vedendomi sconvolto, il priore mi disse di non preoccuparmi, che padre Germano era un esagitato e che a parer suo aveva frequentato troppi eretici. Non feci commenti e raccontai in quanto avevo appreso.
Descrissi dapprima la natura dei luoghi. Dall’alto del monte una cascata dava origine a un profondo e tumultuoso ruscello che si era scavato un profondo alveo. Questo ruscello ribollente di limpide acque, facendo una curva scorreva in basso alla collina parallelo alla vecchia strada romana diventando fiume. Alla sinistra della cascata, una foresta cupa e densa di alberi si inerpicava verso i monti. Alla destra, circondato da pascoli dolcemente digradanti, si ergeva il borgo.
Un ponticello di legno, proprio sotto la cascata, collegava il borgo con la foresta, mentre un sentiero con ampie curve digradava dal borgo al ponte in pietra. Opera anche lui degli antichi romani. Ponte che si collegava alla strada.
“Parlami della gente!” mi interruppe il padre priore. Gli risposi che potevo dire poco, quasi niente. Stimavo in cento case la grandezza del borgo. Con due chiese e un piccolo oratorio nascosto nel folto del bosco. Una torre era stata costruita sul ponte, chiudendo così con un cancello in ferro la strada che portava dal ponte alla strada romana. Se, non veniva aperto, non si poteva varcare il ponte. Mi venne rifiutato l’ingresso a e alle mie proteste mi venne risposto di aspettare, che avrebbero chiamato il prete. Mi venne indicato di attendere presso un gruppo di costruzioni, da dove un uomo di carnagione scura, mi contemplò senza parlare. Finalmente arrivò il prete. Un omino sparuto che mi parlò attraverso il cancello, ingiungendomi per prima cosa di stare lontano almeno cinquanta passi. “Per via della peste” aggiunse. “Non è arrivata e non la vogliamo.”
Osservai che non avevo visto nessuna cappella e nemmeno una croce a protezione della strada.
“A cosa serve?” Mi rispose il prete segnandosi. “Qui metà della gente è albigese o bogomila e l’altra metà è pagana. Chiedono protezione agli spiriti dei boschi e non alla Chiesa”. Gli chiesi allora come agisse. Sorrise amaramente dicendo che pregava in una chiesa vuota e cercava di farsi amare. Chiesi se avesse avuto aiuto dai confratelli e mi rispose che l’ultima visita di religiosi, benché accompagnati da guardie, si era risolto con un massacro e i corpi erano stati gettati nel fiume. In ogni caso ora avevano costruito la torre sul ponte e l’ingresso al borgo era vietato agli stranieri.
Gli esposi il vostro desiderio su come evitare la peste e che questa richiesta era fatta in nome dell’amore per il Cristo e che avevate timore che se la peste fosse arrivata, morti i monaci, il tesoro di libri del convento sarebbe andato perso. Il prete mi disse che il Vecchio e la sua aiutante avevano organizzato la protezione del borgo e preparato le medicine in caso di arrivo del morbo. Chiesi di parlare col Vecchio ma ottenni un diniego. Allora come da vostra istruzione gli dissi che forse il mio priore conosceva il Vecchio e io avevo una prova da consegnare per il riconoscimento. Pensavo di dargliela così mi avvicinai al cancello e gli tesi quella sottile cintura nera attaccata a una scatoletta, che mi avevate dato.
Il prete mi sembra recitasse una orazione poi disse di consegnare la cintura a Ghiorghian che era l’uomo moro che avevo visto.
Questi mi disse di gettare la cintura nell’erba da cui la raccolse con un forcone per gettarla in un grosso pentolone posto sopra un fuoco. Sentivo il borbottio dell’acqua che si scaldava. Avevo timore che distruggesse la cintura, ma non osai parlare. Questo Ghiorghian buttò nell’acqua una manciata di polvere gialla che dall’odore capii essere zolfo e un cucchiaio di sale. Lasciò bollire tutto per il tempo di un Pater Noster immergendo anche il forcone nell’acqua bollente. Poi sempre usando il forcone, mise il cinturino in un paniere e lo portò al cancello.
Notai allora che il cancello sino alla altezza della pancia di una persona non aveva aperture. ‘Non ci passerebbe neppure un topo’ pensai. Invece da una finestrella venne calata una fune a cui venne legato il paniere contenente la scatolina e il cinturino. Il prete disse di attendere che sarebbe andato dal Vecchio per chiedere un incontro. Era passata da poco il mezzogiorno e sarebbe stato di ritorno al mattino seguente. Avrei potuto dormire presso Ghiorghian. “Armeno ma cristiano” aggiunse.
Al mattino seguente, il prete mi portò la risposta. Sì, il Vecchio aveva riconosciuto il segno. Sì, potevo vederlo ma avrei dovuto fare la quarantena e sottopormi alle purificazioni. Potevo dimorare nelle case dell’armeno, e a lui obbedire. Il cibo mi sarebbe stato portato dal borgo.
Per sei settimane fui alloggiato in una capanna. Fortunatamente fu un mese di giugno asciutto.
Il mio solo compagno fu un muratore proveniente da Orléans. Aveva sentito della pestilenza in arrivo e saputo che il borgo voleva erigere un muro a protezione, si era presentato. Qui prima di farlo entrare lo avevano messo in quarantena. Quella sera, Ghiorghian l’armeno, mi istruì sulla quarantena.
Dovevo tenere pulita la capanna. I rifiuti di cibo o altro dovevano essere portati alla grande fossa. Per i bisogni era da usare la grande latrina. Le feci e le urine grazie a un canale che prendeva acqua dal ruscello a monte del ponte, venivano scaricate nel fiume a valle del ponte. Anche i rifiuti del borgo grazie a un canale finivano nel fiume a valle del ponte. Anche altre cose aveva stabilito il Vecchio. Proseguì a illustrare Ghiorghian. Il muratore intervenne dicendo che dapprima si era ribellato, ma riflettendo (sic dixit) le aveva trovate giuste. Ogni giorno dovevamo lavarci sotto un getto di acqua che un tubo di legno che grazie a una noria a tazza che la prelevava dal l’acqua fiume prima del ponte . Ci venne dato un pezzo di sapone duro che puzzava di zolfo.
Una volta alla settimana dovevamo immergerci in una fossa riempita di acqua bollente in cui Ghiorghian gettava un pugno di zolfo e una manciata di foglie di menta e degli spicchi di aglio. Lavarci bene immergendoci più volte con il corpo e anche con la testa. Inoltre, dovevamo prima di entrare nella fossa raderci completamente.
Nel frattempo, i nostri abiti che dovevamo lavare giornalmente, venivano avvolti in una rete e bolliti in acqua con zolfo. Mi ero risentito di questi rituali che avevo definito quasi stregoneschi. Ghiorghian mi fece bere un vino molto forte a cui aggiunse una goccia di spirito di vita (ipse dixit) e quando mi calmai spiegò che erano misure contro la peste. Egli stesso ne era stato malato e il Vecchio con le sue cure gli aveva salvato la vita. Nel suo paese, sostenne, la peste era conosciuta da moltissimi anni ed era mortifera. Lui venne abbandonato infetto dal suo padrone arabo presso Aleppo e sarebbe sicuramente morto se mosso a pietà il Vecchio che passava di lì con una carovana non lo avesse curato. Mi mostrò le cicatrici dove il Vecchio aveva inciso i bubboni. Perciò lo aveva seguito e ora su suo ordine controllava chi arrivasse. Risposi che a parte lavarsi, ci avrebbe protetto la Divina Provvidenza e che però non avevo visto nemmeno una croce. “Si” rispose “ma neppure un topo”. Mi resi conto che nel campo erano collocate moltissime trappole per topi e che moltissimi gatti circolavano anche nei prati vicini. Ghiorghian mi raccontò quello che sapeva sulla peste e che io riporto qui. Sostiene che la peste non dipende da congiunzioni di pianeti o fumi pestilenziali o malefici. Nel suo paese sanno che la malattia si diffonde dove ci sono topi. Le loro pulci saltano sugli uomini e li infettano e poi gli uomini si infettano l’un l’altro. Le pulci seguono le carovane e nascoste nei tessuti mordono gli uomini. Ma prima uccidono i topi. Per questo i nomadi quando vedono dei topi morti, abbandonano subito il posto e fuggono lontano. Per questo il Vecchio fa fare quarantena e lavaggi, per uccidere le pulci.
Dopo 40 giorni, potei varcare il cancello. Mi attendeva una donna non giovane, grande e di nobile aspetto.
Quando mi posò la mano sulla spalla mi ritrassi. “Non sono una strega ma la compagna del Vecchio” disse sorridendo. Mi ingiunse di seguirla badando però a camminare solo sul sentiero. Il sentiero era bordato da erbe profumate mescolate a piante di aglio. Spiegò che serviva a tenere lontano insetti, vermi e pulci o zecche.
Passai il ponticello e seguii la donna su una lunga scalinata che portava verso un fitto bosco. Vagammo per il bosco il tempo di due rosari, poi arrivammo ad una radura in cui una casa a due piani in legno si offriva alla vista. Un uomo anziano mi accolse. “sono il Vecchio” disse indicandosi e mi invitò a sedere.
La donna ci portò del vino e pane. Porgendomi la coppa e il piatto, il vecchio sussurrò qualcosa in una lingua che non compresi. Dopo che ebbi bevuto e sbocconcellato del pane, mi invitò a sedere e raccontare lo scopo del mio viaggio.
Gli parlai delle vostre richieste e delle vostre preoccupazioni e sfacciatamente, D-o mi perdoni, lo pregai di chiarirmi cosa avvenisse nel borgo.
Il Vecchio mi disse che mi sarei fermato per la notte lì e sarei ripartito al mattino, sì d’ avere tempo per ascoltare. Visto che avevo con me calamaio e penna, mi invitò a trascrivere quanto diceva.
Mi disse di essere giudeo di nome Abramo nato ad Aleppo e poi aver vissuto in Spagna e Francia ed essersi ritiratosi in questo luogo per sfuggire alla cattiveria degli uomini. Sul cinturino che mi avevate dato da consegnare, mi racconto questa storia. Erano di un tephillim, cassetta di legno che i giudei fissano al braccio con un cinturino per dire le orazioni. Molto tempo prima, raccontò il Vecchio, era servito a salvare una vita. Vidi che il Vecchio voleva raccontare. Con gli occhi gli feci cenno di proseguire. Mi disse che durante la crociata del 1319 contro Granada la Mora, un giovane cavaliere aveva salvato sua moglie dalla violenza e per punizione i militi spagnoli gli avevano squarciato la gamba. Lo aveva salvato. Stava pregando, così tolto il tephillim del braccio, aveva stretto la coscia col cinturino per fermare l’emorragia. Gli aveva avvolto il manto da preghiera intorno alla gamba ferita, poi essendo medico, gli aveva dato succo di oppio e ricucito lo squarcio con il grossolano filo che usava la moglie per cucire. Aveva regalato il cinturino al cavaliere dicendogli che se avesse in futuro avuto bisogno di lui, glielo mandasse.
Gli risposi che adesso capivo perché voi padre priore zoppicavate e avevate in astio i crociati.
Gli ripetei che volevate delle medicine contro la peste in arrivo perché temevate per i nostri corpi ma anche per la distruzione della biblioteca. Abramo rispose che chi salva un libro salva il mondo. E mi istruì.
“Devi sapere” iniziò “che dove sono nato, la peste è frequente ma i nostri corpi sono abituati e perciò è meno mortale, ma per voi è morte sicura.”
“Vedi questo borgo che mi ha accolto e che ha deciso di seguire i miei consigli per difendersi dal morbo?”
“Ho fatto costruire delle fogne così i liquami vanno diretti al fiume, ho fatto fare fossi per i rifiuti che vengono coperti di calce e poi bruciati. L’acqua pulita arriva alla fontana tramite un canale all’uso romano che la preleva alla cascata. Una volta alla settimana, il venerdì, come usiamo noi giudei, li faccio lavare tutti con acqua della fontana e con sapone di zolfo. Gli abiti li faccio lavare in acqua bollente con zolfo. Questo per uccidere pidocchi e pulci. Perché sono questi che con il loro morso diffondono la peste. Siccome le strade del borgo scendono verso il fiume, faccio portare l’acqua con zolfo al sommo e poi la faccio scorrere verso il fiume. Le pulci le portano i topi. Per questo siamo sempre a caccia per ucciderli. Hai visto quanti gatti abbiamo? Almeno uno per casa. Il topo morto lo raccogliamo con un forcone dal lungo manico e lo buttiamo in un bidone di latte di calce. Poi lo bruciamo. Importante stare lontani. Se qualcuno è sospettato di essere infetto, seguendo quello che dice la Bibbia, valutiamo le sue ulcere e lo mandiamo nella casa dell’isolamento, quella che sta prima del ponte.
Se le ulcere dopo quattordici giorni sono scomparse, lo riammettiamo nel borgo. Così si evita il contagio.” Annotai tutto con cura.
Rilevai che questo era per evitare il contagio, “ma se uno si ammalava cosa fare?” chiesi.
Sorrise. “Secondo alcuni dei vostri preti” disse “dovreste confessarvi, pregare, e attendere l’inevitabile castigo di Dio”. “Ma”, soggiunse “se non sbaglio il vostro messia vi ha imposto di curare gli infermi.”
“Domani mattina ti farò vedere quali medicine e rimedi possono essere utili”. Era calata la sera e abbiamo pregato ognuno nella sua fede e poi cenato. Dopo cena raccontò della Siria e di Aleppo dove è nato e come è arrivato in Spagna. Un bicchiere di vino fu il viatico per un buon sonno.
Al mattino seguente mi svegliò per farmi assistere alla pulizia di un bubbone. “Non è di peste, ma la cura è la stessa. Si apre e pulisce e spesso si guarisce. Importante mai toccarlo e meno che mai toccare il pus.”
Fece portare dalla donna due catini. In un pieno di acqua bollente versò sale e zolfo, l’altro era pieno di latte di calce. In quello pieno di acqua bollente mise delle lame di ferro. Il contadino aveva un bubbone enorme all’ascella e si lamentava fortemente. Abramo lo fece spogliare e si assicurò che fosse stato lavato e rasato intorno al bubbone. Poi mi disse che gli dava una bevanda per addormentarlo e non fargli sentire dolore. Aveva mescolato succo di mandragora cinque gocce, un cucchiaio di decotto di malva, un cucchiaio di decotto di foglie di salice, un cucchiaio di succo di papavero, con un bicchiere di vino.
Stese il malato sul tavolo e messosi dei guanti di una stoffa sottile, seta penso, bagnati di acqua di vita, intinse un pennello nel latte di calce e spennellò un punto del bubbone. “A lungo” disse “finché la pelle diventa lucida ed è pronta a rompersi”. Prese un ferro dal catino, ne sfregò la punta con l’acqua di vita e la passò sulla brace. Poi incise, avvicinata una ciotola al bubbone face sì che il pus colasse nella ciotola. Prese un altro ferro e fece alcuni tagli sul bubbone finché non colò anche sangue fresco. Allora prese una manciata di muschio, la intinse nell’acqua in cui riposavano i ferri è pulì la ferita. La donna gli porse un piccolo quadrato di pelle di rospo e delle foglie di salice e della muffa verde da una mela. Lui coprì la ferita con l’impacco di foglie e muffa tenuto fermo da una striscia di tessuto. Ecco come si fa, disse per i bubboni. Ebbe pietà e visto che non riuscivo a scrivere ordinatamente tutti i rimedi, mi preparò la descrizione per voi che allego alla storia. Mi ricordo che aveva elogiato le virtù del decotto di foglie di salice che propriamente preparato poteva curare quasi tutto.
Ci salutammo e la donna mi riaccompagnò al ponte. Qui mi fecero uscire e ripresi il cammino verso il convento.
Notai che c’erano veramente tanti gatti. Ecco reverendo priore, questo è il racconto del mio viaggio che ho debitamente messo in scritto. Ecco la distinta delle medicine compilata dal Vecchio, e questo rosario che gli avevate donato e che lui vi restituisce perché ora ne avete più bisogno voi.”
Come ho già detto, Padre Germano nascosto dietro la porta ci aveva spiato. Poi era intervenuto e inveito contro noi. Quindi se ne era andato infuriato.
Il padre priore contento per quanto avevo fatto mi permise di andare a visitare la mia vecchia zia a un giorno di viaggio dal convento. Avevo deciso di prendermi una settimana per stare con lei, ma voci che parlavano dell’avvicinarsi della pestilenza mi indussero ad anticipare il rientro. Quando arrivai al convento, incontrai il padre custode che con una sporta in spalla usciva dal portone. Con le lacrime agli occhi, mi mise al corrente degli avvenimenti.
Padre Germano, quel fanatico, aveva ottenuto un mandato scritto dal papa che autorizzava la rimozione del nostro priore per sospetta eresia. Autorizzava anche la eliminazione di tutti i libri salvo i Vangeli, breviari e opere dei Padri dalla nostra biblioteca. Ordinava la distruzione del mio resoconto in quanto i rimedi erano forniti da un negromante giudeo e dalla sua strega. Per questi si dava incarico a padre Germano, nuovo priore, di cercarli e portarli di fronte alla Inquisizione. Il convento avrebbe combattuto contro la pestilenza con la forza della preghiera e Dio avrebbe deciso chi dovesse morire. “Vai via!” Mi disse il padre guardiano, “ti aspettano per portarti di fronte all’Inquisizione.”
Così, ora vivo nascosto nelle montagne della Savoia. Ho barattato il saio per una veste di pastore e cerco di ricordarmi quali cure mi aveva spiegato Abramo. Se non posso guarire gli ammalati almeno regalo loro l’illusione di essere curati. Il vecchio e la bimba che mi aveva presentato come nipote, mi guardarono con occhi tristi. Erano fuggiti per sottrarsi alla pestilenza.
Mi rivolsi al confratello che me li aveva portati: “questa è tutta la mia storia fratello Mattia. Che il Signore vi protegga. Ora dormite che domani all’alba dovrete partire.”

giovedì 23 febbraio 2023

Una storia d'amore

Una pagina di The Dream of The Road
 Una storia d'amore

La mia relazione con il Medioevo iniziò quando ero all’incirca a metà della terza media. Feci la sua prima conoscenza dopo che la mia compagna di banco, per dimostrare ai professori quanto era brava e volenterosa, si imparò a memoria per filo e per segno la traduzione italiana del poemetto The Dream of The Rood. Per carità, non chiedetemi dove l’avesse trovato. Credeva che fosse una specie di Divina Commedia inglese, ma le fu presto chiaro che non lo avremmo mai studiato in nessuna materia, che non le sarebbe servito con nessun professore e che non poteva nemmeno scriverci sopra la tesina. Così non trovò niente di meglio da fare che ricopiarlo sul mio diario durante un’ora buca.
Anche a me fu subito chiaro che era un poema pesante, ripetitivo, antiquato e sconosciuto ai più. Ma io avevo un carattere diverso: per me, questa era un’opportunità. Il testo medievale divenne il mio rifugio: una poesia scritta per me, che solo io conoscevo, che solo io potevo leggere e rileggere. Un mio mondo inaccessibile dove rifugiarmi, e dove sognare. Sognavo di vedere anch’io una strana croce e di sedermi ad ascoltare la storia della sua vita (possibilmente un po’ più allegra, ma ugualmente ottimista), e di diventare la depositaria di grandi segreti della storia umana.
A partire da Il sogno della Croce, iniziai a frequentare il Medioevo. Ascoltai ogni lezione reperibile di Alessandro Barbero, guardai Vikings dal primo all’ultimo episodio, lessi voracemente Le cronache di fratello Cadfael, I pilastri della Terra e Il nome della rosa. Cercavo sul dizionario una parola su due, ma non importava. Il Medioevo era affascinante, avventuroso, poetico, vivace, sempre pieno di storie da raccontare, allo stesso tempo carico di sovrastrutture mentali e spontaneo come un bambino. I suoi gesti erano densi di affetto e di significato, le sue parole calibrate e potenti. Si sforzava di continuo di interpretare la realtà, ma ne era un fedelissimo osservatore. Era un grande idealista, sebbene spesso mancasse della praticità necessaria a compiere le sue imprese. Anzi, non era raro che fallisse negli obiettivi che si prefiggeva e che invece riuscisse in imprese grandiose che non riteneva nemmeno importanti. Nonostante un catastrofismo cronico che gli faceva credere di essere ormai alla fine del mondo, le sue azioni erano impregnate di iniziativa e vitalità. Nella sua bidimensionalità stilizzata, non gli mancavano mai né le vesti sgargianti, né i capelli dorati, né il sorriso semplice, né soprattutto le guance rosse.
Quando iniziai il liceo, eravamo arrivati a trascorrere più tempo insieme che separati. Passavamo pomeriggi a leggere in biblioteca, serate a guardare film e serie TV, fine settimana con gli amici ad assistere a festival, rievocazioni, spettacoli di sbandieratori e via dicendo. Era un idillio, un sogno bellissimo e soltanto mio, proprio come quello dell’anonimo narratore di Il sogno della Croce.
Finché non si ruppe. La prima crisi seria della nostra relazione avvenne quando partecipai a un concorso letterario a tema storico. Mi iscrissi con entusiasmo e senza pensarci due volte, accantonando per un attimo la gelosia che di solito mi rendeva assai riluttante ad esternare eccessivamente la mia travolgente passione (insomma, il sognatore non aveva ascoltato la Croce in mezzo a una folla di persone, no?). Tanto, si trattava solo di un racconto, e io ero anche bravina a scrivere. Eppure, quella volta mi bloccai. Ogni volta che mettevo in scena un nuovo personaggio – un cavaliere in partenza per la Crociata, un mercante alla ricerca di identità, un vassallo che presta omaggio a più signori, un laico che impara a leggere – mi chiedevo: ma avrebbero davvero pensato questo? Avrebbero agito proprio così? Questo dettaglio appartiene alla mia vita o alla loro? Non starò forse mettendo le mie idee nella loro testa? Avevo creduto di conoscere il Medioevo a un livello di grande intimità, ma mi sbagliavo. C’erano molte cose che non sapevo. E se mi avesse nascosto qualcosa? E se la Croce avesse rivelato la sua vera vita a qualcuno che non ero io? Questo dubbio mi riempiva di angoscia.
Ma non è forse vero che in ogni vita e in ogni storia, d’amore e non d’amore, ciò che non uccide fortifica? Nel frattempo ero cresciuta, e potevo permettermi di approfondire a un livello più serio. Passai ad autori come Huizinga, Bloch, Le Goff, Pastoureau, Cardini, Frugoni. Pur senza abbandonare le rievocazioni (mai!) e le rivisitazioni trash e poco fedeli per il grande e il piccolo schermo (anche quelle, come farne a meno?), aggiunsi qualche gita ad abbazie, musei, borghi, cattedrali. E piano piano imparai ad accettare che il Medioevo era sì un’epoca di crociate, eresie, economie viziose e inquinamento olfattivo, ma a parte questo aveva anche… dei difetti. Più che difetti, anzi, erano veri e propri squilibri mentali. Ad esempio, perché diavolo aborriva l’accostamento del verde e del giallo? Perché la sua emotività era così sregolata? Dove pensava che stesse l’utilità di scomunicare in massa le cavallette? Inoltre, si credeva di essere al centro dell’universo ed era pieno zeppo di pregiudizi. Memorabile poi la storia dell’ascia e della sega: secondo lui, l’ascia è uno strumento buono perché attacca direttamente, agisce con la forza, è maschio; la sega invece gioca d’astuzia, come le donne, e nella sua lentezza ruba il tempo che è proprietà di Dio. Assurdo ragionatore e maledetto maschilista! E io che pensavo che almeno un po’ di rispetto per me in quanto donna lo nutrisse… Invece, sentite cosa fa affermare a Dante nel De vulgari eloquentia (parafraso): chi è stato il primo a parlare? Secondo la Bibbia (fonte già discutibile, ma passi), Eva. Ma Eva era una donna, quindi per forza è stato Adamo!
Sì, faceva ridere… ma questa in fondo è una grande qualità in un partner.
Lo amavo sempre di più.
Dopo il liceo, con grande sorpresa di tutti gli amici, parenti e conoscenti, non mi iscrissi a storia. A me invece non stupiva affatto: va bene che il nostro amore era solido, ma portare il Medioevo in una facoltà piena di spasimanti era una zappata sui piedi. Io, pur godendo anche dei momenti di compagnia, ricercavo sempre l’intimità del sogno: ero convinta che i segreti fossero svelati solo a un poeta in ascolto, nel silenzio. Il Medioevo era il mio mondo, mio e soltanto mio, fin da quell’ora buca della terza media. Per di più, il Medioevo era troppo, troppo vivo per me per poter accettare di confinarlo in un’aula. Così mi immatricolai a Beni Culturali, in modo da tenerlo comunque sempre in vista.
Fu una scelta che si dimostrò non solo azzeccata, ma anche in perfetta sintonia con i progetti del Medioevo per il futuro. Infatti un giorno – in faccia a tutti coloro che pensavano che il mio fosse un amore non troppo corrisposto – il Medioevo mi propose il matrimonio.
Avvenne per bocca di un frate. A quel tempo avevo iniziato a frequentare la chiesa di San Francesco, da poco restaurata. Era un gioiellino gotico aperto solo durante le funzioni religiose, e per questo non me ne perdevo una. Mentre tutti gli astanti mi scambiavano per una ragazza pia e devota, io studiavo attentamente ogni singolo mattone. Studiavo con gli occhi quando ero là, e studiavo a casa su guide e opuscoli. Studiai così tanto che la mia passione traboccò da me, esondando dagli occhi, dai gesti, perfino dai capelli quando non la lasciavo uscire dalla bocca, finché una domenica mattina, finita la Messa, un frate di cui ormai avevo fatto conoscenza non mi abbordò e mi disse: «A breve apriremo la chiesa al turismo e cerchiamo guide volontarie. So che studi Beni Culturali, ti andrebbe?»
Risposi di sì.
Il frate mi donò un anello col rosario.
Il matrimonio cambiò tutto, perché un matrimonio sterile e chiuso in se stesso è come un affresco imbiancato, come un castello disabitato, come un sogno al risveglio se non viene raccontato. Mi ero preparata per spiegare ai visitatori l’evoluzione nel tempo della chiesa, i vari artisti che dedicarono agli affreschi le loro mani anonime, i principi architettonici che reggevano la struttura. Ma una parte di me voleva solo dire loro: «Chi ha iniziato quest’opera sapeva che non l’avrebbe vista finita. Ma si è fidato delle generazioni future, e ha iniziato un progetto più grande di se stesso»; e ancora: «Chi ha costruito questa chiesa non era un architetto, era una comunità. C’era chi progettava, chi finanziava, chi solo sbozzava le pietre, ma tutti partecipavano»; «Considerate la pazienza di chi ha posto mattone su mattone, ed è arrivato fin qui»; «Osservate i contrafforti, quanto sono possenti: quanto valore dato alla materia, al lavoro dell’uomo, portato qui, offerto a Dio come strumento di riscatto!». Volevo far respirare loro la spiritualità nell’aria, far vivere loro il percorso dal buio alla luce avanzando verso l’altare, volevo che leggessero le figurine degli affreschi come una lingua, e che si facessero raccontare…
Dovetti ammetterlo: desideravo che ciascun visitatore diventasse un poeta-sognatore e ascoltasse dalla Croce la propria storia. Altrimenti, la mia guida non avrebbe avuto un senso.
Divisa tra quel fortissimo istinto all’apertura e la mia solita gelosia, quella sera rilessi Il sogno della Croce. E alla fine trovai:

“Ed ora ti ingiungo, o mio caro,
che tu racconti questa visione ai mortali,
che tu riveli con le parole che questo è l’Albero della Gloria
su cui Iddio onnipotente soffrì
per i molteplici peccati degli uomini
e per l’antica azione di Adamo”.

Non ebbi più dubbi. Fino ad allora avevo sempre trascurato quella parte, tutta presa dal fatto che mi (lo) stesse chiamando “mio caro”. In quel momento però non lessi altro che l’invito, l’ingiunzione. Avvenne con estrema naturalezza. Tutto cambiò, e tutto rimase uguale. Fu come quando un tintore estrae un tessuto dal suo calderone maleodorante, e quello in un attimo muta colore. Una magia, sì.
Quel volontariato divenne un lavoro. Dall’unione fra me e il Medioevo nacquero innumerevoli nuovi appassionati. La condivisione riesumava nuove storie, e le storie creavano nuova condivisione. Conseguii ogni sorta di brevetto da guida in ogni singola regione. Continuai ad accompagnare visitatori e turisti, poi classi, scuole, club, gruppi di stranieri, perfino gente proveniente da luoghi che in una mappa T-O avrebbero dovuto trovarsi nell’altra pagina.
Quando infine andai in pensione, sapevo che non avrei mai conosciuto del tutto il Medioevo. Però avevo la certezza non solo di amarlo, ma anche che lui non mi avrebbe mai abbandonata. Perché era dovunque: nelle fondamenta delle case e nelle costellazioni, nel patrimonio culturale e in quello genetico, nella guerra e nell’amore, nelle bandiere e nelle staffe, nella puzza di letame e nel profumo del pane.

di Akeesandra Visioli
 
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Racconto partecipante alla diciassetesima di © Philobiblon (2022)

 

martedì 28 aprile 2020

L’ultimo svevo di Sicilia

Manfredi incoronato, miniatura della Nova Cronica
L’ultimo svevo di Sicilia
In  nomine Dei eterni et Salvatoris nostri Iesu Christi
Noi Federico II, imperatore dei romani, re di Gerusalemme di Sicilia per la divina volontà,
memori della precarietà della condizione umana e della sua natura corrompibile, poiché siamo consapevoli che la nostra vita sta per terminare,essendo dunque malati nel corpo, ma lucidi e integri nella mente, disponiamo del nostro impero e del nostro regno, affinché almeno le cose umane possano trovare un loro ordine. Dunque adempiano  i nostri figli, generati grazie alla divina fecondità, ciò che l'animo nostro desidera.
Ordiniamo che Corrado,diletto figlio nostro, sia l'erede dell'impero e del Regno nostro, ma qualora egli muoia senza eredi, gli succeda Enrico e,qualora anch'essi muoia senza lasciare eredi, gli succeda Manfredi il quale, sino all'arrivo del suddetto Corrado,sará nominato Balivo del Regno. A quest'ultimo figlio nostro diletto concediamo il principato di Taranto, le contee di Monte Caveoso, di Tricarico e di Gravina e infine gli concediamo anche la cittá di Monte Sant'Angelo con tutto l'onore che ne deriva.
Infine ordiniamo che alla Santa madre Chiesa vengano restituiti tutti i suoi diritti perduti, qualora questi non vengano a coincidere con i diritti che spettano agli eredi nostri, anzi qualora la suddetta Chiesa sia venuta in possesso di diritti che non le competano, che li restituisca ai nostri eredi e fedeli.
Il suddetto atto viene firmato alla presenza del marchese Bertoldo di Hohenburg,del diletto nostro consanguineo Riccardo di Caserta, del nostro diletto genero, Pietro Ruffo, del maestro Giustiziere Folco Ruffo, del maestro Giovanni da Procida,del maestro Roberto di Palermo e Nicola di Brindisi, pubblici tabellioni dell'Impero
Signumsancte crucis proprie Manum predicato domini imperatori Frederici
Io Federico, per volontà divina, dico e dichiaro che questo è il mio solenne testamento e che queste sono le mie ultime volontà, redatto e scritto per mia volontà per mano del mastro Nicola da Brindisi, pubblico tabellione dell'Impero.
Anno di Cristo 1250,Indizione IX, Manfredi, Balivo del Regno di Sicilia, 
Palermo, 13 dicembre 
Jamsilla, diletto tra gli amici nostri, vi comunichiamo che Il 13 dicembre dell’anno di grazia di Nostro Signore 1250, nel castello di Fiorentino in Capitanata, l’imperatore nostro Federico, assolte le occupazioni umane, ha reso l’anima a Dio, l’unico nostro giudice.
Si adempie così la profezia che Michele Scoto fece al padre quando gli disse che sarebbe morto in un luogo che portava il nome di un fiore. Così nel giorno di Santa Lucia, il più breve dell’anno, quando la luce si dissolve prima all’orizzonte, l’astro, che illuminava il nostro cammino, si è spento, lasciandoci avvolti nelle tenebre. Intanto amico fidato, vi chiediamo di rientrare immediatamente da Roma dove eravate per volontà dell’imperatore. La morte verrà tenuta segreta il tempo necessario ad organizzare il suo ultimo viaggio, nel quale lo scorteranno i suoi cavalieri teutonici e i suoi saraceni.
Il dolore nel petto è insopportabile, perché noi abbiamo perso sia il padre, che il nostro imperatore, ma a mente lucida saremo gli esecutori delle sue ultime volontà e amministreremo il regno in attesa della venuta di Corrado fratello nostro, come ordina il testamento.
Anno di Cristo 1250,Indizione IX, Innocenzo IV papa, imperio vacante
, Roma, 20 dicembre 1250
Innocenzo papa, vescovo dei romani, servusservorum dei Figli carissimi,
la bestia venuta dal mare che non ha mai smesso di assalire il tabernacolo  di Dio, né i santi che abitano i cieli, il cosiddetto imperatore Federico II, il re della pestilenza , l’eretico e precursore dell'Anticristo ha abbandonato finalmente questa terra.
Le tenebre si sciolgano e i cuori si rallegrino e che in tutte le chiese del Patrimonio di san Pietro risuonino le campane a festa, perché la luce ormai si spande sopra di noi tutti.
Anno di Cristo 1254,Indizione XII, Manfredi, Balivo del Regno di Sicilia, 
Lucera, 24 maggio 1254Jamsilla, fedele tra gli amici nostri,
vi rassicuro sulla mia persona che giunse, dopo rovinose vie, a Lucera. Avrete certo saputo ciò che accadde dopo la morte di Borrello d’Anglona, fedele più alla Chiesa che al figlio del suo defunto imperatore. Egli ci provocò ve lo giuro e so che voi almeno mi crederete. Vedeste come in ginocchio chiesi pietà al pontefice, ma costui, con l’animo che già da tempo meditava di conquistare il nostro regno, ce la negò. E ora ci muove battaglia dopo aver portato dalla sua parte gli Hohenburg, i Ruffo, il duca di Caserta, proprio coloro che più di tutti nostro padre aveva innalzato, coloro che firmarono il suo testamento e lo videro spirare. Qui al castello di Lucera, tra gli uomini che mio padre fidò sopra tutti, i saraceni, sono giunto di notte, dopo aver cavalcato per giorni. Soltanto loro mi accolsero con il rispetto che si deve al figliuolo del grande Federico.
E ora dalla torre nord, scorgo la volta stellata sopra di me e oscuri presagi mi vengono alla mente. Ricordo le parole velate di Michele Scoto e ne comprendo ora soltanto il senso: “come l’aquila o come il topo…”.
E il pensiero, Jamsilla, è rivolto al Padre mio , perchè con la Chiesa alle porte del Regno che attenta alla mia vita, che aizza ogni abitante del Regno, vago con la mente ai quei pomeriggi di caccia, ai falconi alti levati nel cielo e, solo così, l’animo mio si sente più leggiero. Ricordate di quando fanciullo decisi di dormire insieme ai falconi per studiarli e voi mi faceste compagnia?
Difficile l’ultimo compito che mi venne affidato, proteggere il regno dai tentacoli della Chiesa, ma forse l’animo dubita soltanto perché le membra sono stanche. Da Ceprano, quasi senza sosta sono giunto qui, guardandomi le spalle, pregando le stelle di essermi accanto.Sentivo i cavalli avvicinarsi, le spade sferragliare e il cuore uscire quasi dal petto.
Lo so, era paura, terrore di morire da vile, come un topo, in una steppa desolata.
Vorrei dire al padre mio che no, non deve temere, perché finchè l’anima  abiterà il mio corpo, gli svevi guideranno questo regno.
Anno di Cristo 1258,Indizione IV, Alessandro IV papa, imperio vacante
, Roma, 11 agosto 1258Noi, Alessandro IV, vescovo dei romani, servusservorum dei
Caro ardinale di Santa Cecilia la notizia dell’incoronazione di Manfredi, ci ha riempito di sconforto. Quell’abile svevo, non pago dei misfatti già compiuti, ha diffuso la falsa notiza della morte del nipote e si è preso ciò a cui agognava dalla morte del padre: la corona del regno. Vi prego quindi di riprendere le trattative con l’Ighilterra ora che la provvidenziale morte di Enrico III d’Inghilterra ci è venuta in aiuto.
Dal canto nostro la risposta che daremo  al figlio dell’anticristo, per questo ennesimo atto di tracotanza, sarà la scomunica e la privazione di tutti i suoi feudi e dell’onore del Monte sant’Angelo.
Perchè nessuna concessione mai deve essere fatta a lui e alla sua famiglia, perchè è venuto il tempo in Sicilia di separare il grano dalla pula e bruciarla.
Confido nel vostro operato affinchè vengano sollecitati nel regno i nuovi e antichi seguaci, se vi è ancora qualcuno vivo nella casata degli Hohenburg, tra i Ruffo. Rinnovate ai conti di Acerra e di Caserta le nostre profferte passate. Andate e non deludetemi.
Anno di Cristo 1258, Indizione IV, Manfredi re di Sicilia
, Palermo, 11 agosto
Jamsilla, fedele tra gli amici nostri,
voi che siete cresciuto insieme a noi alla corte del padre, che siete per noi come un fratello, voi siete il mio ambasciatore fidato,  gioite dall’Epiro dove vi ho mandato, perchè, dopo aver riportato l’ordine nel Regno ed aver ridotto all’obbedienza i rivoltosi, oggi 11 agosto 1258, ho cinto, nella santa cattedrale di Palermo che vide già gli avi miei normanni, la corana del regno di Sicilia. E con solenne giuramente, davanti alla croce di quella cattedrale, ho promesso di difendere questo Regno e i suoi abitanti da chiunque oserà varcarne i confini con intenzioni malevole.
Ma anche in questo momento di gioia, le accuse infamanti contra la nostra persona non si arrestano. I filopapali non paghi di averci già accusato di aver soffocato nostro padre, di aver fatto somministrare con un clistere avvelenato nostro fratello Corrado con l’aiuto del maestro Giovanni da Procida; ora ci accusano di aver avvelenato il nostro fratellastro Enrico e e di aver diffuso la falsa notizia della morte di Corradino. La stessa notizia che mi portaste voi.
Vi saluto e mi congratulo con voi per l’esito felice delle trattative che avete portato avanti con Michele d’Epiro, questo matrimonio con la sua primogenita Elena, della quale mi avete decantato bellezza e virtù, sancirà un’alleanza importante in questi tempi di guerra.
Anno di Cristo 1263,Indizione VI, Urbano IV papa, imperio vacante, 
Roma, 14 aprile 1263
Noi, Urbano IV, vescovo dei romani, servusservorum dei.
Ci congratuliamo col voi caro cardinale Simone di Santa Cecilia per il vostro  l’operato affinché Carlo d’Angiò accetti l’investitura del Regno di Sicilia, feudo nostro.
Veniamo ora a quello che dovrete riferire a re Luigi, per convincerlo che Manfredi l’usurpatore debba essere spodestato.
Ripeterete quanto ho già detto al re d’Aragona: delle cose abominevoli e  delle offese arrecate da Manfredi alla Chiesa e Dio, di come abbia ucciso il fedele Borrello d’Anglona, di come abbia occupato il regno sotto la simulazione di un suo ipotetico tutorato per il nipote; di come abbia diffuso la falsa notizia della morte dello stesso nipote. E di come senza scrupoli spogliò le chiese del regno e occupò le sedi vacanti;  dei danni che inflisse con la battaglia di Montaperti ai nostri guelfi e infine dell’occupazione della Marca anconetana e di altri territori un tempo appartenenti all’impero.
Che appaia agli occhi del santo Luigi  come il degno figlio dell’anticristo, che non vengano lesinate voci e malignità che lo riguardano e infine sottolineate più e più volte come sia stato escluso dal grembo della Santa Madre Chiesa attraverso la scomunica.
La stirpe degli Hohensatufen deve finire con lui, è gramigna che infesta la terra, che solo col fuoco può essere purificata. L’esistenza loro attenta alla vita stessa della Chiesa, che vorrebbero stringere in una morsa, intrappolare mortalmente tra l’Impero e il regno di Sicilia.
Agite dunque cardinale e riferitemi quanto prima il successo di tale trattativa.
Anno di Cristo 1266,Indizione IX, Manfredi re di  Sicilia
, Benevento, 25 febbraio 1266
Jamsilla, diletto tra gli amici,
l’incendio che veniva da lontano, si sta avvicinando a noi. Ho chiamato a raccolta tutti i conti, baroni e soldati, poiché questa è casa loro, affinchè si oppongano all’invasore e cerchino acqua per spegnerlo, perché il fuoco tutto consuma e niente risparmia.
Si avvicinano dunque, posso sentire i loro passi, domani a Benenevento si deciderà la sorte nostra.Questa gente ferocissima venuta dalla Francia si avvicina per invadere il nostro Regno, chiamata da colui che si proclama figlio diletto sopra gli altri del Signore nostro. Questa gente non conosce né la pietà per gli amici, né quella per Dio, ma ha soltanto fame d’oro.
Vengono come il lupo affamato a sbranare l’agnello, ma se fieramente essi si muovono, altrettanto fieramente noi risponderemo. Perché, combattendo noi per la giustizia, forse essa ci favorirà. Perchè se ci opporremo al loro furore lentamente o se saremo vacillanti,  saremo destinanti alla sconfitta. Ma se invece fine alla fine combatteremo con animo superbo e virile, forse gli dei ci daranno il loro favore.
Amico nostro diletto sappiamo che qualcuno tentennerà, qualcun altro si defilerà e infine che qualcuno tradirà, perchè corruttibile  è la natura dell’uomo. Portate Elena e i figliuli nostri a Lagopesole, abbracciateli lungamente da parte nostra, io vi raggiungerò lì. Confidate in noi, ci rivedremo e allora  mi accompagnerete ancora a caccia col falcone. Poi, mentre in cucina si occuperanno delle prede portate, discorreremo del Filosofo e mi leggerete  “Rosa fresca aulentissima” e arriverà la sera e scruteremo le stelle tutte del cielo e vedrò se finalmente avrete imprato a riconoscerle.
Anno di Cristo 1266,Indizione IX, Clemente IV papa, imperio vacante
Roma, 25 marzo 1266
Noi, Clemente IV, vescovo dei romani, servusservorum dei
Gioite insieme al vostro papa caro cardinale di S.Adriano, perchè l’ultimo di quella stirpe maledetta ha finalmente trovato la morte per mano di Carlo. L’angioino ha pacificato il regno e possiede sia il cadavere putrido di quell’uomo pestilenziale, che la moglie con  i figli di quest’ultimo, suoi prigionieri.
Apprendo dalla vostra ultima missiva che lo svevo mostrò coraggio a Benevento dove tutti lo tradirono, tranne gli infedeli saraceni e i parenti suoi Lancia e Agliano. Mi dite che si gettò nella mischia e che molto ferì prima di cadere, se non vi conoscessi da tempo, direi che la vostra sembra ammirazione mista a pietà.
Mettetela da parte  se volete continuare a servirmi  e ora ascoltate.
Vigilate su Carlo, la eco dell’avidità sua e dei suoi uomini dopo la battaglia giunse alle nostre orecchie. Per quanto riguarda Jamsilla, l’uomo dello Svevo, mi dite che ha scelto l’abito monastico e si è ritirato a Montecassino, lasciatelo dunque lì, l’abate Aiglerio mi riferirà. Infine per quanto riguarda la questione di cui vi ho accennato, queste sono le indicazioni. Quando tra qualche mese il ricordo degli svevi si sarà affievolito, a lume spento, dovrete mandare un uomo fidato a prelevare il corpo di Manfredi dalla sepoltura militare che gli è stata data, portarlo fuori dal regno e gettarlo nel fiume Verde, che  l’acqua dunque lavi, se vi riesce, le sue colpe.
Anno di Cristo 1282,Indizione XI, Nicolai de Jamsilla
, Montecassino, 5 settembre 1282
Mia Signora e mia Regina Costanza II d’Aragona,
scrivo per felicitarmi della vostra incoronazione a Palermo, Voi siete l’ultima gioia che è stata concessa a questo monaco un dì fratello, amico e ambasciatore di vostro padre Manfredi. Ora che gli Svevi sono tornati in Sicilia , posso prendere congedo  e dare riposo a queste stanche membra, ma prima voglio affidarvi le lettere che mi inviò vostro padre e che ho custodito per  tutti questi anni.
Insieme ad esse troverete anche dell’altro, non chiedetemi come ne sono venuto in possesso, sappiate che esse sono vere e pregate per l’anima di vostro padre sapendo che la sua unica colpa fu di amare questo regno più della vita stessa.

di Mariaelena Prinzi
 
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Racconto partecipante alla quattordicesima edizione di © Philobiblon (2019)

lunedì 9 marzo 2020

Il borgo senza peste

Due pazienti sofferenti di peste bubbonica
“Cosa fai lì? Siediti”.
Brusco come sempre, il padre priore mi indicò lo sgabello. Zoppicando a causa della gamba ferita durante la crociata, si diresse verso lo scranno che dominava la sala.
Seduto, batté impaziente il bastone sul pavimento e mi ingiunse: “racconta”. “Reverendo Padre” iniziai, “come sapete la peste già da due anni avanza portando morte.” “Sì, questo lo so” rispose “ma della tua indagine cosa mi dici?”  “Come mi avete indicato, ho trovato il borgo dove dicono la peste non alligni. Intorno i villaggi e le campagne sono stati percossi dal castigo divino, ma lì non vi è morte. Vi racconterò i dettagli. Ora sappiate che il prete del borgo mi ha confermato che malgrado la scarsa fede e la vita peccaminosa e il poco rispetto per la Santa Madre Chiesa, gli abitanti godono di buona salute.”
Il padre priore si fece attento. Continuai pesando le parole “Il prete mi ha raccontato di un uomo e della sua compagna che con suggerimenti hanno evitato il diffondersi della epidemia. Il prete del borgo che avevo incontrato l’anno prima al pellegrinaggio di santa Agata, ritiene sia un negromante e la sua strega, ma i villici dicono essere persona gentile e sapiente di cure mediche che già da anni e prima della pestilenza con erbe mediche e pomate e infusi curava le loro malattie. Richiesti se questo uomo avesse chiesto di commettere atti sacrileghi o rinnegare Cristo, i villici hanno risposto che no, anzi che era in buoni rapporti col prete, curando che venisse data l’estrema unzione a coloro che non aveva guarito. Mi sono annotato i suoi consigli contro la peste.”
“Padre Germano” il priore puntò il bastone verso la porta che, leggermente socchiusa lasciava intravedere un paio di sandali. “Se avete da commentare, prego non state nell’ombra come un ladro, ma venite avanti e dite la vostra opinione.” Padre Germano alto, magro, barbuto e con gli occhi da folle, iniziò a inveire “Ma che storie sono? Nessuno può curare il morbo. Questa è la giusta punizione per i nostri peccati e per essi tutti dovremo morire. Chi si oppone, che crede nei rimedi terreni è contro Dio e per sé eretico.”
“Padre Germano, ascoltate” rispose il priore “potreste avere ragione, ma ora andate. Curare i malati è opera di misericordia e io vedo che muoiono i peccatori e anche i santi.” Padre Germano prima di uscire si girò verso di me e sibilò: Anche tu, peccatore che ti diletti di scrivere e copiare testi di lussuria invece di dedicarti solo ai Vangeli, morirai e la tua carne sarà putrida come la tua anima. Saranno cibo per le bestie e Satana.”
Padre Germano chiuse la porta e sentimmo i passi allontanarsi.
Vedendomi sconvolto, il priore mi disse di non preoccuparmi, che padre Germano era un esagitato e che a parer suo aveva frequentato troppi eretici. Non feci commenti e raccontai in quanto avevo appreso.
Descrissi dapprima la natura dei luoghi. Dall’alto del monte una cascata dava origine a un profondo e tumultuoso ruscello che si era scavato un profondo alveo. Questo, facendo una curva scorreva in basso alla collina parallelo alla vecchia strada romana diventando fiume. Alla sinistra della cascata una foresta cupa e densa di alberi si inerpicava verso i monti. Alla destra circondato da pascoli dolcemente digradanti, si ergeva il borgo.
Un ponticello di legno proprio sotto la cascata collegava il borgo con la foresta, mentre un sentiero con ampie curve digradava dal borgo al ponte in pietra, anche lui opera degli antichi romani.  Ponte che si collegava alla strada.
“Parlami della gente!” mi interruppe il padre priore. Gli risposi che potevo dire poco, quasi niente. Una torre era costruita sul ponte chiudendo con un cancello in ferro la strada che portava dal ponte alla strada romana. Se non veniva aperto, non si poteva varcare il ponte. Mi venne rifiutato l’ingresso a e alle mie richieste mi venne risposto di aspettare che avrebbero chiamato il prete. Mi venne indicato di attendere presso un gruppo di costruzioni da dove un uomo scuro di carnagione mi contemplava curioso senza parlare. Finalmente arrivò il prete, un omino sparuto che mi parlò attraverso il cancello ingiungendomi per prima cosa di stare lontano almeno cinquanta passi. “Per via della peste” aggiunse. “Non è arrivata e non la vogliamo.”
Osservai che non avevo visto nessuna cappella e nemmeno una croce a protezione della strada.
“A cosa serve” mi rispose “qui metà della gente è albigese o bogomila e l’altra metà è pagana. Chiedono protezione agli spiriti dei boschi e non alla chiesa”. Gli chiesi allora come agisse. Sorrise amaramente dicendo che pregava in una chiesa vuota e cercava di farsi amare. Chiesi se avesse avuto aiuto dai confratelli e mi rispose che l’ultima visita di religiosi, benché accompagnati da guardie, si era risolto con un massacro e i corpi erano stati gettati nel fiume. In ogni caso ora avevano costruito la torre sul ponte e l’ingresso al borgo era vietato agli stranieri.
Gli esposi il vostro desiderio su come evitare la peste e che questa richiesta era fatta in nome dell’amore per il Cristo e che avevate timore che se la peste fosse arrivata, morti i monaci, il tesoro di libri del convento sarebbe andato perso. Il prete mi disse che il Vecchio e la sua aiutante avevano organizzato la protezione del borgo e preparato le medicine in caso di arrivo del morbo. Chiesi di parlare col vecchio ma ottenni un diniego. Allora come da vostra istruzione gli dissi che forse il mio priore conosceva il Vecchio e io avevo una prova da consegnare per il riconoscimento. Pensavo di dargliela così mi avvicinai al cancello e gli tesi quella sottile cintura nera attaccata a una scatoletta che mi avevate dato.
Il prete mi sembra recitasse una orazione poi disse di consegnare la cintura a Ghiorghian che era l’uomo moro che avevo visto.
Questi mi disse di gettare la cintura nell’erba da cui la raccolse con un forcone per gettarla in un grosso pentolone sotto cui un fuoco faceva bollire dell’acqua. Avevo timore che distruggesse la cintura, ma non osai parlare. Questo Ghiorghian buttò nell’acqua una manciata di polvere gialla che dall’odore capii essere zolfo e un cucchiaio di sale. Lasciò bollire tutto per il tempo di un rosario immergendo anche il forcone nell’acqua bollente. Poi sempre usando il forcone, mise il cinturino in un paniere e lo portò al cancello.
Notai allora che il portone sino alla altezza della pancia di una persona non aveva aperture, non ci passerebbe neppure un topo pensai. Invece da una finestrella venne calata una corda a cui venne legato il paniere. Il prete disse di attendere che sarebbe andato dal vecchio per chiedere un incontro. Era passata da poco il mezzogiorno e sarebbe stato di ritorno al mattino seguente. Avrei potuto dormire presso Ghiorghian, “è un armeno” aggiunse.
Al mattino seguente, il prete mi portò la risposta. Sì, il vecchio aveva riconosciuto il segno. Sì, potevo vederlo ma avrei dovuto fare la quarantena e sottopormi alle purificazioni. Potevo dimorare nelle case dell’armeno, e a lui obbedire. Cibo mi sarebbe stato portato dal borgo.
Per sei settimane fui alloggiato in una capanna. Fortunatamente fu un mese di giugno asciutto.
Il mio solo compagno fu un muratore proveniente da Orléans. Aveva sentito della pestilenza in arrivo e saputo che il borgo voleva erigere un muro a protezione, si era presentato. Qui prima di farlo entrare lo avevano messo in quarantena. Quella sera, Ghiorghian mi istruì sulla quarantena.
Dovevo tenere pulita la capanna. I rifiuti di cibo o altro dovevano essere portati alla grande fossa. Per i bisogni era da usare la grande latrina. Le feci e le urine grazie a un canale che prendeva acqua dal ruscello a monte del ponte, venivano scaricate nel fiume a valle del ponte. Anche i rifiuti del borgo grazie a un canale finiscono nel fiume a valle del ponte. Anche altre cose aveva stabilito il Vecchio proseguì Ghiorghian. Il muratore intervenne dicendo che dapprima si era ribellato, ma riflettendo (sic dixit) le aveva trovate giuste. Ogni giorno dovevamo lavarci sotto un getto di acqua che un tubo di legno che la prelevava dal fiume grazie a una noria a tazze. Ci venne dato un pezzo di sapone duro che puzzava di zolfo.
Una volta alla settimana dovevamo immergerci in una fossa riempita di acqua bollente in cui Ghiorghian gettava un pugno di zolfo e una manciata di foglie di menta e degli spicchi di aglio. Lavarci bene immergendoci più volte con il corpo e anche con la testa. Inoltre dovevamo prima di entrare raderci completamente.
Nel frattempo i nostri abiti che dovevamo lavare giornalmente, venivano avvolti in una rete e bolliti in acqua con zolfo. Mi ero risentito di questi rituali che avevo definito quasi stregoneschi. Ghiorghian mi fece bere un vino molto forte a cui aggiunse una goccia di spirito di vita (ipse dixit) e quando mi calmai spiegò che erano misure contro la peste. Egli stesso ne era stato malato e il Vecchio gli aveva salvato la vita con le sue cure. Nel suo paese sostenne la peste era conosciuta da moltissimi anni ed era mortifera. Lui venne abbandonato infetto dal suo padrone arabo presso Aleppo e sarebbe sicuramente morto se mosso a pietà il vecchio che passava di lì con una carovana non lo avesse curato. Mi mostrò le cicatrici dove il Vecchio aveva inciso i bubboni. Perciò lo aveva seguito e ora su suo ordine controllava chi arrivava. Risposi che a parte lavarsi ci avrebbe protetto la Divina Provvidenza e che però non avevo visto nemmeno una croce. “Si” rispose “ma neppure un topo”.  Mi resi conto che nel campo erano collocate moltissime trappole per topi e che moltissimi gatti circolavano anche nei prati vicini. Ghiorghian mi raccontò quello che sapeva sulla peste e che io riporto qui. Sostiene che la peste non dipende da congiunzioni di pianeti o fumi pestilenziali o malefici. Nel suo paese sanno che la malattia si diffonde dove ci sono topi. Le loro pulci saltano sugli uomini e li infettano e poi gli uomini si infettano l’un l’altro. Le pulci seguono le carovane e nascoste nei tessuti mordono gli uomini. Ma prima uccidono i topi. Per questo i nomadi quando vedono dei topi morti, abbandonano subito il posto e fuggono lontano. Per questo il vecchio fa fare quarantena e lavaggi, per uccidere le pulci.
Dopo 40 giorni, potei varcare il cancello. Mi attendeva una donna non giovane, grande e di nobile aspetto.
Quando mi posò la mano sulla spalla mi ritrassi. “Non sono una strega ma la compagna del Vecchio” disse sorridendo. Mi ingiunse di seguirla badando però a camminare solo sul sentiero. Il sentiero era bordato da erbe profumate mescolate a piante di aglio. Spiegò che serviva a tenere lontano insetti, vermi e pulci o zecche.
Passai il ponticello e seguii la donna su una lunga scalinata che portava in un fitto bosco.
Vagammo per il bosco il tempo di due rosari poi arrivammo ad una radura in cui una casa a due piani in legno si offriva alla vista. Un uomo anziano mi disse di essere il vecchio e mi invitò a sedere.
La donna ci portò del vino e pane. Porgendomi la coppa e il piatto, il vecchio sussurrò qualcosa in una lingua che non compresi. Dopo aver bevuto, mi pregò di raccontare lo scopo del mio viaggio.
Gli raccontai delle vostre richieste e delle vostre preoccupazioni e sfacciatamente, D-o mi perdoni, lo pregai di chiarirmi cosa avveniva nel borgo.
Il vecchio mi disse che mi sarei fermato per la notte lì e sarei ripartito al mattino si da avere tempo per ascoltare. Visto che avevo con me calamaio e penna mi invitò a trascrivere quanto diceva.
Mi disse di essere giudeo di nome Abramo nato ad Aleppo e poi aver vissuto in Spagna e Francia e ritiratosi in questo luogo per sfuggire alla cattiveria degli uomini. Sul cinturino che mi avevate dato da consegnare, mi racconto questa storia. Erano di un tephillim, cassetta di legno che i giudei fissano al braccio con un cinturino per dire le orazioni. Molto tempo prima, raccontò il vecchio era servito a salvare una vita. Vidi che il vecchio voleva raccontare e con gli occhi gli feci cenno di proseguire. Mi disse che durante la crociata del 1319 contro Granada la mora, un giovane cavaliere aveva salvato sua moglie dalla violenza e per ringraziamento i militi spagnoli gli avevano squarciato la gamba. Lo aveva salvato. Stava pregando, così tolto il tephillim del braccio, aveva stretto la coscia col cinturino per fermare l’emorragia. Gli aveva avvolto il manto da preghiera intorno alla gamba ferita, poi essendo medico, gli aveva dato succo di oppio e ricucito lo squarcio con il grossolano filo che usava la moglie per cucire. Aveva regalato il cinturino al cavaliere dicendogli che se avesse in futuro avuto bisogno di lui, glielo mandasse.
Gli risposi che adesso capivo perché voi padre priore zoppicavate e avevate in astio i crociati.
Gli ripetei che volevate delle medicine contro la peste in arrivo perché temevate per i nostri corpi ma anche per la distruzione della biblioteca. Abramo rispose che chi salva un libro salva il mondo. E mi istruì.
“Devi sapere” iniziò “che dove sono nato, la peste è frequente ma i nostri corpi sono abituati e perciò è meno mortale, ma per voi è morte sicura.”
“Vedi questo borgo che mi ha accolto e che ha deciso di seguire i miei consigli per difendersi dal morbo?”
“Ho fatto costruire delle fogne così i liquami vanno diretti al fiume, ho fatto fare fossi per i rifiuti che vengono coperti di calce e poi bruciati. L’acqua pulita arriva alla fontana tramite un canale all’uso romano che la preleva alla cascata. Una volta alla settimana, il venerdì, come usiamo noi giudei, li faccio lavare tutti con acqua della fontana e con sapone di zolfo. Gli abiti li faccio lavare in acqua bollente con zolfo. Questo per uccidere pidocchi e pulci. Perché sono questi che con il loro morso diffondono la peste. Siccome le strade del borgo scendono verso il fiume, faccio portare l’acqua con zolfo al sommo e poi la faccio scorrere verso il fiume. Le pulci le portano i topi. Per questo siamo sempre a caccia per ucciderli. Hai visto quanti gatti abbiamo? Almeno uno per casa. Il topo morto lo raccogliamo con un forcone dal lungo manico e lo buttiamo in un bidone di latte di calce. Poi lo bruciamo. Importante stare lontani. Così si evita il contagio.” Annotai tutto con cura.
Rilevai che questo era per evitare il contagio, “ma se uno si ammalava cosa fare?” chiesi.
Sorrise. “Secondo alcuni dei vostri preti” disse “dovreste confessarvi, pregare, e attendere l’inevitabile castigo di Dio”.  “Ma” soggiunse “se non sbaglio il vostro messia vi ha imposto di curare gli infermi.”
“Domani mattina ti farò vedere quali medicine e rimedi possono essere utili”. Era calata la sera e abbiamo pregato ognuno nella sua fede e poi cenato. Dopo cena mi ha raccontato della Siria e di Aleppo dove è nato e come è arrivato in Spagna. Un bicchiere di vino è stato il viatico per un buon sonno.
Al mattino mi ha svegliato per farmi assistere alla pulizia di un bubbone. “Non è di peste, ma la cura è la stessa. Si apre e pulisce e spesso si guarisce. Importante mai toccarlo e meno che mai il pus.”
Fece portare dalla donna due catini in un pieno di acqua bollente versò sale e zolfo, l’altro era pieno di latte di calce.  In quello pieno di acqua bollente mise delle lame di ferro. Il contadino aveva un bubbone enorme all’ascella e si lamentava fortemente. Abramo lo fece spogliare e si assicurò che fosse stato lavato e rasato intorno al bubbone. Poi mi disse che gli dava una bevanda per addormentarlo e non fargli sentire dolore. Aveva mescolato succo di mandragora cinque gocce, un cucchiaio di decotto di malva, un cucchiaio di decotto di foglie di salice, un cucchiaio di succo di papavero, con un bicchiere di vino.
Stese il malato sul tavolo e messosi dei guanti di un materiale sottile bagnato di acqua di vita, intinse un pennello nel latte di calce e spennellò un punto del bubbone. “A lungo” disse “finché la pelle diventa lucida ed è pronta a rompersi”. Prese un ferro dal catino, ne sfregò la punta con l’acqua di vita e avvicinata una ciotola al bubbone face sì che il pus colasse nella ciotola. Prese un altro ferro e fece alcuni tagli sul bubbone finché non colò anche sangue fresco. Allora prese una manciata di muschio, la intinse nell’acqua in cui riposavano i ferri è pulì la ferita.  La donna gli porse un piccolo quadrato di pelle di rospo e delle foglie di salice e della muffa verde da una mela. Lui coprì la ferita con l’ impacco di foglie e muffa tenuto fermp da una striscia di tessuto. Ecco come si fa disse per i bubboni. Ebbe pietà e visto che non riuscivo a scrivere ordinatamente tutti i rimedi, mi preparò la descrizione per voi che allego alla storia. Mi ricordo che aveva elogiato le virtù del decotto di foglie di salice che propriamente preparato poteva curare quasi tutto.
Ci salutammo e la donna mi riaccompagnò al ponte. Qui mi fecero uscire e ripresi il cammino verso il convento.
Notai che c’erano veramente tanti gatti. Ecco reverendo priore il racconto del mio viaggio che ho debitamente messo in scritto, la distinta delle medicine compilata dal Vecchio, e questo rosario che gli avevate donato e che lui vi restituisce perché ora ne avete più bisogno voi.
Come ho già detto, Padre Germano nascosto dietro la porta ci aveva spiato. Poi era intervenuto e inveito contro noi. Quindi se ne era andato infuriato.
Il padre priore contento per quanto avevo fatto mi permise di andare a visitare la mia vecchia zia a un giorno di viaggio dal convento.  Avevo deciso di prendermi una settimana per stare con lei, ma voci che parlavano dell’avvicinarsi della pestilenza mi indussero ad anticipare il rientro. Quando arrivai al convento, incontrai il padre custode che con una sporta in spalla usciva dal portone. Con le lacrime agli occhi, mi mise al corrente degli avvenimenti.
Padre Germano, quel fanatico, aveva ottenuto un mandato scritto dal papa che autorizzava la rimozione del nostro priore per sospetta eresia, autorizzava la eliminazione di tutti i libri salvo i Vangeli, breviari e opere dei padri dalla nostra biblioteca Ordinava la distruzione del mio resoconto in quanto i rimedi erano forniti da un negromante giudeo e dalla sua strega. Per questi si dava incarico a padre Germano nuovo priore di cercarli e portarli di fronte alla inquisizione. Il convento avrebbe combattuto contro la pestilenza con la forza della preghiera e Dio avrebbe deciso chi doveva morire. Vai via! Mi disse il padre guardiano, ti aspettano per portarti di fronte all’Inquisizione.
Così ora vivo nascosto nelle montagne della Savoia, ho barattato il saio per una veste di pastore e cerco di ricordarmi quali cure mi aveva spiegato Abramo Se non posso guarire gli ammalati almeno regalo loro l’illusione di essere curati.
Il vecchio e la bimba che mi aveva presentato come nipote, mi guardarono con occhi tristi.
Erano fuggiti per sottrarsi alla pestilenza.
Mi rivolsi al confratello che me li aveva portati: questa è tutta la mia storia fratello Mattia. Che il Signore vi protegga. Or dormite che domani all’alba dovrete partire.


di Peter Hubscher
 
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Racconto partecipante alla quattordicesima edizione di © Philobiblon (2019)

mercoledì 3 gennaio 2018

Il naufragio della Santa Brigida

Piazza truogoli di Santa Brigida' - Genova
Betta scese dal carro, prese il suo bagaglio e quello di Anna e aiutò la donna a scendere a sua volta. Erano arrivate a destinazione, finalmente. Erano occorse alcune ore per coprire la distanza da Genova all’abitato di San Michê (1), l’antico porto di Rapallo, ora parte del sestiere di Olivastro; erano tutt’e due stanche e indolenzite. S’erano messe in viaggio al mattino, di buon’ora, dirette alla casa di Maria, la figlia di Anna, che abitava col marito Gianni in una casa del villaggio dei pescatori di fronte alla baia, in località Pomaro. Tra pochi giorni avrebbe partorito per la prima volta; la gravidanza l’aveva appesantita e affannava a ogni passo. Aveva bisogno di quell’aiuto che l’uomo, sempre fuori per mare, non le poteva offrire. Il parto, poi, era un affare da donne. Salutarono e ringraziarono Andrea, il parente di Anna che le aveva accompagnate, che proseguì il suo viaggio di affari; sarebbe passato a riprenderle tra una quindicina di giorni.
Maria aprì l’uscio di casa e si fece loro incontro sorridendo. Madre   e figlia si abbracciarono, poi fu la volta di Betta. Era una bella mattina di primavera, dal cielo sgombro di nubi il sole spandeva il suo tepore all’intorno. Entrarono e sistemarono i bagagli accanto ai pagliericci preparati per il loro riposo notturno nell’unica stanza della casa, che fungeva da cucina, stanza da pranzo e camera da letto. 
Si raccontarono le ultime novità. Nonostante la distanza tra loro non fosse eccessiva, madre e figlia non si vedevano spesso. Intanto l’acqua stava bollendo nel grosso paiolo di rame. Maria vi versò un po’ di sale e delle verdure, sulle quali si basava il sostentamento della famiglia, insieme al pane cotto nel forno e al pesce che veniva conservato sotto sale, perché durasse a lungo. Quello del pescatore era un mestiere duro e legato all’incertezza, ma Gianni e Maria non si lamentavano. Certo, col bambino ci sarebbe stata una bocca da sfamare in più… sarebbero occorsi degli anni, prima che fosse grande abbastanza da andare per mare con suo padre.
Betta allungò il cavalletto e vi pose sopra il legno che fungeva da tavola, vi stese sopra la tovaglia, apparecchiò e dispose le sedie attorno al desco.  Aveva accompagnato Anna, cara amica di sua madre, per aiutarla durante il parto della figlia; ma i suoi pensieri vagavano da tutt’altra parte. In realtà si trovava a Rapallo, in quel maggio dell’anno di grazia 1452, per la sua ricerca.
Aveva da poco compiuto i 18 anni ed era una ragazza vivace e molto attraente, con le sue forme morbide, i lunghi capelli corvini ondulati, la carnagione chiara, i verdi occhi ridenti.
Era accaduto tre anni prima. Con la madre e il fratellino (il padre era mancato da poco) abitava in un caruggetto (2) che immetteva nella Piazza di Santa Brigida, dov’erano i truogoli (3). Santa Brigida di Svezia era passata da Genova e, tra l’altro, vi aveva fondato un grande convento, che ospitava (in locali rigorosamente separati) sia frati che suore. Il convento era posto in alto e la piazza appena in basso, scendendo verso il mare. La madre di Betta manteneva la famiglia col mestiere di bügaixa (4). Al mattino percorreva, col cesto dei panni da lavare sulla testa, i pochi metri che separavano la casa dai truogoli, mentre la ragazza rassettava e accudiva il fratellino. A una cert’ora, Betta metteva il piccolo a dormire e raggiungeva la madre, ritirava i panni lavati, li stendeva ad asciugare e li portava ai proprietari, appartenenti alle famiglie più in vista della città. Tutti sapevano quanto le due donne fossero accurate e oneste; per questo il lavoro non mancava mai.
Quella mattina Betta si avviò di buon passo alla volta di Vico Indoratori, verso la casa dei Fieschi. Non si fermava mai a parlare con nessuno, guardando senza vederle le botteghe colorate che si affacciavano sulla strada. Percorse svelta Via di Prè, traversò Porta dei Vacca e imboccò Via del Campo, poi Via San Luca sino a Piazza Banchi; infine giunse a destinazione. Aveva quasi corso, per quanto glielo consentiva il peso che portava sulla testa. Si fermò per riprendere fiato; e fu allora che lo notò. Dietro di lei, a una qualche distanza, stava un ragazzo di circa una ventina d’anni, alto e magro, biondo, dall’aria scanzonata. Da quanto la seguiva? Stranamente però non provava irritazione o spavento; si sentiva piuttosto protetta. Le venne spontaneo ricambiare il sorriso che le rivolsero i suoi occhi cerulei; e nessuno dei due fu più padrone di  se stesso.
Ogni minima occasione era buona per rubare anche un solo istante da trascorrere insieme. Erano talmente presi l’uno dell’altra, che spesso faticavano a rimanere presenti alla vita che si svolgeva loro intorno. Betta continuava a guardarlo, e pensava felice alla sua fortuna. Lorenzo – questo il nome del giovane – era bello come il sole; e una volta glielo disse.
Dopo tre mesi si confessarono guardandosi negli occhi che avrebbero voluto sposarsi. Ma per metter su famiglia c’era bisogno di denaro; e Lorenzo era orfano. Era stato accolto in casa da uno zio paterno, maestro d’ascia, e aveva quasi terminato gli anni di apprendistato, con buoni risultati. Dopo l’esame di ammissione all’esercizio della professione, contava di imbarcarsi su una delle tante navi in partenza da Genova in viaggio commerciale. Nel passato, quando Genova dominava i mari del mondo conosciuto, il volume degli scambi era più ampio e i traffici più intensi; poi, circa un secolo addietro, la grande pestilenza venuta dall’Oriente si era diffusa in tutta l’Europa, decimandone la popolazione e rendendo più difficili i contatti. Ed erano state proprio le navi genovesi a veicolarla involontariamente nel vecchio continente. Inoltre, le colonie genovesi affacciate sul Mare Maius (5) si erano fatte meno sicure. Voci insistenti riferivano che i turchi stavano preparando un attacco in grande stile.
A dispetto di ciò, i viaggi di affari dalla Superba proseguivano.
In porto era stata armata una cocca (6), la Santa Brigida, e l’allestimento, con tutti i materiali e gli attrezzi occorrenti per il viaggio, più una gran quantità di provviste non deperibili e acqua, durava da un mese e si sarebbe protratto per un periodo analogo. Destinazione: Kafà (7), la più importante colonia genovese della Gazaria (8), nella quale confluivano le merci provenienti dall’occidente e quelle trasportate dall’oriente dalle carovane lungo la Via della Seta. La partenza era prevista per i primi giorni di aprile.
Lorenzo era curioso di novità, ma soprattutto smaniava di guadagnare il necessario per potersi sposare. Quella ragazza gli metteva la febbre addosso. A volte s’incontravano da soli e si baciavano furiosamente ma lui, pur avvertendo che non avrebbe incontrato resistenza, si fermava sempre in tempo, non volendo compromettere la reputazione di lei. Era uno sforzo immane. A Betta questo lo rendeva ancora più caro.
Giorgio, un amico che faceva il calafato, gli presentò un mercante in procinto di imbarcarsi sulla Santa Brigida, garantendo per lui. Lorenzo fu assunto come aiuto maestro d’ascia. Il contratto, per invogliare i marinai ed evitare fughe, prevedeva la partecipazione ad una parte dei profitti. A Lorenzo non parve vero, anche se percepiva qualcosa come di poco chiaro, senza capire esattamente.
Entusiasta corse da Betta a darle la notizia; la ragazza mostrò di condividere la sua eccitazione, anche se il viaggio avrebbe significato per loro un lungo periodo di separazione.
Il 2 aprile la Santa Brigida salpò, carica di vino e tessuti; Betta era sul molo. Guardò la nave farsi sempre più piccina e poi sparire all’orizzonte. “Quando tornerò, nulla potrà più separarci” erano state le ultime parole di Lorenzo.
Negli occhi del ragazzo era passata un’ombra, che lei aveva attribuito alla tristezza del distacco.
Non pianse; si voltò e si affrettò pensierosa verso casa. Riprese la vita di sempre, contando i giorni.
Era trascorso poco più di un anno quando un mercante portò da Rapallo la notizia che un mese prima la Santa Brigida, proveniente da Kafà, era scomparsa in uno spaventoso naufragio causato da una terribile libecciata, al largo delle coste di quella città. Nessuno si era salvato e l’intero carico era andato perduto.
Ci pensò sua madre, che sapeva di Lorenzo, ad informare Betta. La ragazza divenne taciturna e scontrosa. Un tarlo non le dava pace; sentiva che lui non poteva essere morto.
Sino a che una sera, di ritorno da una consegna, passando davanti a una taverna udì una voce maschile un po’ contraffatta farfugliare: “La Santa Brigida… il naufragio… non tutti perirono… uno di loro si salvò”. Betta ebbe l’ardire di entrare. I presenti la guardarono come a volerla spogliare con gli occhi, lei li ignorò e si avvicinò all’uomo, all’apparenza un vagabondo.
“Chi? Chi era il naufrago? Un ragazzo? E dov’è adesso?”
L’uomo, piuttosto alticcio, si mostrò confuso a quel fuoco di fila di domande, mentre gli astanti si sbellicavano impietosamente dalle risate. Il taverniere faceva segni di non dar retta all’uomo, evidentemente un balordo.
Betta uscì velocemente e riprese la sua strada; ma ormai aveva la conferma dei suoi dubbi. Decise che alla prima occasione sarebbe andata a Rapallo per avere notizie di Lorenzo. E l’occasione si presentò  quando Maria stava per sgravarsi.
Le donne consumarono il semplice pasto tra chiacchiere, ricordi e progetti, madre e figlia allegre, Betta assorta. Gianni era in mare e ci sarebbe rimasto per giorni.
Terminato il pranzo Betta sparecchiò, ripose il cavalletto, lavò piatti e stoviglie, poi chiese licenza di uscire. Aspirò profondamente l’aria fresca. Avrebbe bussato ad ogni uscio, chiesto ad ogni abitante del borgo, fino a quando avesse ottenuto una risposta soddisfacente, una notizia, un indizio che la portassero a Lorenzo. E così fece. Per giorni interi, sbrigate le faccende di casa, bussò a tutte le case, raggiunse anche i vicini borghi di Travello e Prelo, sempre con la stessa domanda sulle labbra. La risposta che riceveva invariabilmente era che al naufragio non era scampato nessuno.
Stava quasi per convincersi di essersi sbagliata, quando Maria entrò in travaglio. I dolori si protraevano ormai da quasi due giorni, e ancora niente. Accanto a lei Anna e Betta si alternavano; le tenevano la mano, le rinfrescavano la fronte con un panno imbevuto d’acqua fresca, cercavano di farle ingerire un po’ di brodo, le facevano coraggio. Anna cominciò a pregare la Santa della quale portava il nome, madre della Madonna e protettrice delle partorienti e mandò Betta a cercare Emma, una vecchia che abitava un po’ fuori dal borgo, in una casa isolata dalle altre, e aveva esperienza di parti difficili. Ella disse che il bambino si presentava podalico e che solo un miracolo avrebbe potuto salvare madre e figlio. E il miracolo avvenne: all’ultimo istante, spontaneamente, il bambino si girò, e poco dopo venne alla luce, un bel maschietto dall’aria sana e robusta nonostante quello che aveva passato. Era tempo: Maria era più di là che di qua. Mentre la poveretta riposava, le donne offrirono a Emma un poco di focaccia e dell’acqua. La vecchia era già sulla porta per andarsene quando, fissando Betta, le disse: “So che cerchi notizie della Santa Brigida. Un ragazzo riuscì a salvarsi, in verità. Disse di chiamarsi Lorenzo”.
Betta trasalì. “Lorenzo? Si è salvato? Perché nessuno mi ha detto la verità?”
“Sei sicura di volerla conoscere, la verità?” replicò la vecchia, come assorta.
“Certo!” esclamò Betta, con aria di sfida. Il peggio cui poteva pensare era che lui avesse incontrato un’altra donna e fosse rimasto con lei.
“Ti racconterò ciò che so, allora. Il Santa Brigida colò a picco con tutto il suo carico, ma qualche giorno dopo Lorenzo fu trovato, svenuto, sulla spiaggia. Era riuscito, lui solo, a sopravvivere aggrappandosi a un legno della nave. Lo trovò il chierico di San Michele Arcangelo e se lo portò a casa, con l’intenzione di tenerlo fino a quando si fosse ripreso. Aveva la febbre alta; lo tenne a riposo, lo nutrì e lo curò per diversi giorni; ma la febbre non passava. Al chierico Lorenzo disse che già da qualche tempo avvertiva un malessere in tutto il corpo, una fiacchezza, senza sapere a cosa attribuirli… Una mattina il chierico uscì per accorrere al capezzale di una delle anime a lui affidate, un vecchio contadino in fin di vita. Il ragazzo si sentiva un po’ meglio e si alzò; la febbre sembrava averlo lasciato. Attraversò il paese e me lo trovai davanti alla porta di casa. Doveva essere affamato, perché si avvicinò al paiolo nel quale avevo messo l’acqua a bollire. Non l’avevo mai visto e mi spaventai. Presi un forcone e mi avvicinai con aria minacciosa, intimandogli di andarsene. Sorpreso, lui arretrò e andò a sbattere contro il paiolo, che si mise a oscillare violentemente, rovesciandogli parte dell’acqua bollente sui piedi. Ma lui non ebbe alcuna reazione; sembrava non aver sentito nulla. Mi affrettai a raccontare al chierico l’accaduto.
Intanto la febbre era tornata. Il chierico chiamò il dottore, che gli fece delle domande e lo visitò, senza mai toccarlo, come ebbe a notare, stupito, lo stesso Lorenzo. Lamentava un dolore acuto alla gamba destra; il medico gli chiese di scoprirla e notò due macchie di colore rossastro, della grandezza di un’albicocca, l’una vicina all’altra. Uscì dicendo che sarebbe tornato presto con le medicine, poi stilò il suo rapporto che trasmise al Magistrato di Sanità. Non era passata un’ora che due robusti ceffi andarono a prenderlo per condurlo al lazzaretto, quell’edificio fuori dall’abitato di Rapallo a circa un’ora di cammino da qui, in direzione di Camogli. È stato costruito per iniziativa del nostro concittadino Giacomo d’Aste, dato il moltiplicarsi dei casi di lebbra da queste parti… i malati devono essere isolati, non si può correre il rischio di infettare la comunità.”
La ragazza fu costretta ad aggrapparsi all’uscio per non cadere.
“Tornatene a casa, ragazza, e dimentica questa brutta storia”   Emma concluse, andandosene.
Anna era rimasta per tutto quel tempo al capezzale della figlia e non aveva udito una sola parola.
Betta era sconvolta, ma decise che il giorno dopo sarebbe andata al lazzaretto. Voleva vederlo, parlargli, portargli conforto, dirgli che lo amava comunque egli fosse diventato. E poi, era impossibile che non ci fosse nulla da fare per lui. In fondo, i miracoli esistevano e lei ne era appena stata testimone.
Il mattino seguente si mise in cammino di buon’ora. Procedeva di lena; in breve raggiunse e superò l’abitato di Rapallo poi, con un po’ d’affanno, percorse la strada in salita sino alla deviazione per la Località Bana. A un certo punto scorse un edificio isolato in mezzo alla campagna, riconoscibile anche da un grande affresco sulla facciata che raffigurava, tra gli altri, San Lazzaro, con i segni della malattia sul corpo e il sonaglio usato dai lebbrosi per avvertire i sani del loro passaggio. Ebbe un tuffo al cuore, poi si sforzò di avvicinarsi. Fuori dall’ingresso, un enorme frate sbarrava la strada.
“Buongiorno, c’è qui un ragazzo di nome Lorenzo?” chiese Betta, facendosi coraggio. “Mi permettereste di vederlo?” aggiunse, con voce supplichevole.
L’uomo le rivolse uno sguardo pieno di dolcezza: “Nessuna persona sana, tranne me, può varcare questa soglia, né loro – e accennò all’edificio alle sue spalle – possono uscire di là.” Fece una breve pausa, poi riprese: “Il giorno che entrò qui dentro, Lorenzo mi fece promettere solennemente che, semmai qualcuno fosse venuto a cercarlo, per nessun motivo lo avrei fatto entrare. In particolare, disse, se si fosse trattato di una ragazza. Parlava di te, immagino…”
“Ma… Com’è potuto accadere…”
“Vuoi sapere come si è preso la malattia?” sospirò. “Continuava a ripetere che Dio l’aveva punito per i suoi peccati. La nave sulla quale avrebbe dovuto imbarcarsi sarebbe tornata con un modesto quantitativo di seta e stoffe pregiate, che sarebbe servito da copertura; ma il grosso del carico sarebbe stato di carne umana, schiavi tartari, russi e circassi destinati ai mercati spagnoli. Quando firmò il contratto non ne era a conoscenza, ma la sera prima della partenza venne a saperlo. Aveva premura di procurarsi i denari per il matrimonio e decise di imbarcarsi ugualmente. Quando la nave naufragò, si sentì colpevole per tutti quegli uomini e quelle donne periti nel naufragio, incatenati nella stiva senza nemmeno poter tentare la fuga… e a Kafà… si era sempre mantenuto fedele al vostro amore, suscitando la derisione degli altri uomini dell’equipaggio, ma proprio l’ultima sera prima della partenza lo condussero alla locanda di Elmira, figlia di un principe tartaro (e in verità il nome significa proprio “principessa”), ridotta in schiavitù, fuggita e divenuta prostituta molto richiesta, data la sua bellezza e le sue… doti. È stata sicuramente lei a infettarlo, lui ricordava una voglia rossastra sulla sua gamba sinistra, simile alle macchie che poi comparvero sulle sue. L’aveva accarezzata a lungo con tenerezza… La ragazza sapeva sicuramente di cosa si trattasse, e cercava di nasconderlo fino a che fosse   possibile per accumulare sempre più ricchezza con la quale comprarsi una vita non da reclusa, una volta che la malattia si fosse manifestata… Il denaro apre molte porte, a questo mondo.” Fece una breve pausa. “Quella sera Lorenzo era stanco e aveva bevuto in abbondanza. Non seppe resistere alle grazie della donna. Ma il suo amore per te è rimasto intatto.”
Il viso di Betta s’era indurito, poi si addolcì di nuovo.
“Ma almeno… vederlo…”
“Lorenzo vuol essere ricordato com’era. Perché non rispetti il suo desiderio? Perché vuoi essere così crudele da togliergli l’ultima speranza che ha, che tu non venga mai a sapere della sua sorte? Ma tu, ne hai mai visto uno, ragazzina? Hai mai visto uno di loro?” chiese l’uomo guardandola fissa negli occhi, quasi con ira.
“Io… ne ho solo sentito parlare” rispose lei, rendendosene conto solo in quel momento. “Ma non credere che mi io mi arrenda. Tornerò” concluse, vedendo che l’uomo era irremovibile.
La mattina seguente era di nuovo davanti al lazzaretto, più agguerrita che mai. La salita l’aveva stancata e si fermò poco distante, all’ombra di un albero, per riprendere fiato.
Fu allora che lo vide. Un uomo si stava avvicinando all’edificio; ma guardandolo meglio le parve che ben poco conservasse di umano. Il volto   enfiato, un buco al posto del naso, piaghe su tutto il corpo. Camminava a fatica appoggiandosi a una stampella; vide che gli mancava un piede. Il vento girò dalla sua parte portando verso di lei un lezzo insopportabile. Si voltò per vomitare.
Allora comprese. Comprese perché Lorenzo volesse che lo ricordassero com’era prima, perché non avesse mai dato notizie di sé, perché volesse rimanere nei pensieri di lei bello come il sole. Un lungo sguardo corse tra lei e il frate, accorso sulla soglia per accogliere il nuovo arrivato.
Quella che si presentò poco dopo a casa di Maria era una donna diversa.
Qualche giorno dopo, fece ritorno a Genova con Anna. A sua madre, che le chiese se lo avesse trovato, rispose soltanto: “Lorenzo è perito nel naufragio. Sono andata a pregare sulla sua tomba.”
NOTE
(1) San Michê = in ligure, San Michele di Pagana, oggi frazione di Rapallo
(2) Caruggetto = vicoletto angusto nelle città liguri
(3) Truogoli = lavatoi
(4) Bügaixa = lavandaia
(5) Mare Maius = il Mar Nero
(6) Cocca = bastimento medievale da trasporto con 3 coperte, 3 alberi e vele quadre
(7) Kafà = Caffa, importante colonia e punto nodale dei commerci genovesi sul Mar Nero
(8) Gazaria = toponimo che indicava le colonie genovesi in Crimea (1266-1475)

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Racconto partecipante alla dodicesima edizione di © Philobiblon (2017)

mercoledì 17 settembre 2014

Una bona occasione

La luna filtrava attraverso la densa cappa di foglie del querceto. Pallidi quadrelli di luce colpivano a raffica il volto dell’uomo che cavalcava lungo il pendio del colle, impedendogli di vedere dove stesse dirigendo la sua fuga forsennata.
Il rumore di una dozzina di zoccoli sul sottobosco umido profanava la notte e l’uomo non ebbe bisogno di voltarsi per sapere di essere ancora braccato; guardava invece avanti, affilato lungo il muso del fedele corsiero: i muscoli sfiniti sotto la sella, le froge vibranti in spasmodici respiri, un corpo sul punto di superare il limite della resistenza.
Ma non fu lui a cedere per primo: sentì uno schianto, un nitrito disperato. Si piegò per vedere un ombra collassare su se stessa in lontananza, subito superata un'altra sagoma lanciata nella sua direzione. Azzardò un’ampia virata per invertire la sua corsa e lanciarsi contro l’inseguitore. I massicci alberi furono testimoni silenti di un cozzare confuso di spade, presto quietato da un colpo inferto al capo dell’inseguitore, che nel nuovo silenzio si accasciò al suolo.
Anche l’uomo scese da cavallo, pulì la sua spada macchiata di sangue sul mantello della sua vittima e prese l’arma del cadavere. Si lasciò poi guidare dalle imprecazioni verso il secondo inseguitore. Lo trovò non molto distante, bloccato dal bacino in giù sotto la massa del suo stesso cavallo, azzoppatosi forse su qualche sporgenza del terreno.
«Sanzanome!» lo chiama il cavaliere spingendo e picchiando con le mani sul dorso della bestia ansimante.
«Vo’ ammazzarmi? Fallo Laido cane merdoso!»
Scuotendo la testa spazientito Sanzanome si avvicinò al cavallo, estrasse la basilarda e pose fine alle sue sofferenze, poi si rivolse all’uomo.
«Rainerio, dici tropo»
Gli puntò la spada sull’addome e vi si appoggiò, aumentando poco alla volta il peso sul pomello, incurante delle urla dell’altro, finché la lama non penetrò nella carne.
«Poti decidere di restarti quivi ad affocare in le tu’ istesse viscere, o pure poto essere pietoso con te como sonolo stato con la tu’ bestia»
Lo sguardo strabuzzato dell’altro, il rivolo di bava e sangue a lato della bocca gli confermarono che la trattativa stava procedendo in suo favore.
«Dicimi ov’è accampatosi Grigorio»
Il querceto diradò la sua cortina di tronchi addolcendosi assieme al declino del colle e lasciando libera la visuale sulla pianura e sulla città che la dominava. Alle spalle un bosco e davanti una selva turrita: Bologna la dotta.
L’alba disegnò da prima i percorsi del Savena e del Reno, per poi rifrangersi dall’acqua del fossato contro le mura, scorrendo il solido cassero di ogni serraglio.
Più di sei anni erano passati da quando era stato costretto a lasciare la sua città. Al tempo la cinta dei “torresotti” non era stata ancora terminata; nata per proteggere e includere nella città anche i borghi sorti fuori l’antica Bononia, ora lo rifiutava come cives e lo tenevano lontano come un nemico, come un bandito.
«Se’ circato dalli sbirri dello potestà che continuiti a girare?» disse Gilio all’uomo che era in fila davanti a lui.
«Guidotto è tardo  ̶  rispose Pietro  ̶  Controllo se giugne»
L’assenza del vecchio Montevegliese, non era motivo di scandalo: scontroso ed eccentrico, era stato lasciato solo dai familiari da molto tempo, ma Pietro era preoccupato per sé, non per lui. Odiava la selezione ad Brevia, tutto quel tempo in fila per prendere un biglietto da un’urna gli sembrava un modo stupido per eleggere gli ufficiali della guaita.
«E se piscassi io uno de’…?»
«Deo, Pietro! Sceglierai colui vo’ dare l’officio scrittoci sovra»
Pietro abbassò lo sguardo deglutendo a fatica.
Guidotto avrebbe dovuto posizionarsi in fila proprio davanti a lui, invece c’era solo una spazio lasciato vuoto per scaramanzia. Attenzione inutile ora che toccava a lui pescare.
Infilò la mano nel vaso, estrasse la striscia di pergamena, sussurrò una preghiera, la aprì, sussurrò una bestemmia.
“Suprastante alli pozzi”: il breve che avrebbe dovuto pescare Guidotto.
Mentre il ministrale uscente, da dietro l’urna gli faceva cenno di lasciar scorrere la fila, Pietro guardò alla sua destra: Bonamoneta de Unzola gli regalò il suo miglior sorriso da prestatore di denaro, “chello che t’ancide d’innocenza” come diceva sua moglie. Pietro ricambiò il sorriso e si girò rapidamente dall’altra parte, ma ad accoglierlo c’era il nobile Arduino de Malaparte, ricco possessore di terre nel contado, in abiti luminosi e volto scuro. Annuì senza ammettere repliche; Pietro annuì compiacente, poi riguardo il breve con le lacrime agli occhi
«Suprastante li pozzi…  ̶  disse Pietro guardando fuori dalla finestra, mentre il clamore dei tafferugli andava placandosi  ̶  potria fallo incidere sulla mea lapide»
Donna Gisla lo guardò accigliato «Deh! Scegli uno de chelli due farabutti e chetati»
«Sì l’altro m’ammazza. Lasso sono»
«Deciditi lesto»
«A farmi ammazzare?»
«Chello che vo’, ma è la tercia notte che li sgherri di Malaparte cavalcanoci sotto casa a fare danni. Sì non potesi avanzare»
«Lo maledetto sì dicemi che se no nomino lui m’aspetta una fine virulenta. Ma preferrola all’infamia»
«Chell’usuraio malnato di Bonamoneta  ̶  continuò Pietro indossando il mantello sopra la guarnacca  ̶  mandami a clamare ogne maitina dalli iudici, che li danari per iniziare li processi no li mancano. Se no l’accomodo mi farà bandire»
«Alotta affrontali»
«Se’ folle? Ho studiato da notaio, mica da berroviere»
«E mo’ dove ti va’?»
«In taverna, ̶  disse l’uomo aggiustando il cappello di feltro sopra l’infula  ̶  è anco presto e colli romori della cavalcata ho perso lo sonno»
«Preferri arenaria o selenite?»
«Per cosa?»
«Per la lapide»
Mandando a quel paese la moglie con un gesto del braccio, Pietro scese al piano terra della sua abitazione e si incamminò lungo la strada; cercando di non pensare che in fondo preferiva l’arenaria per la sua lapide.
Le lacrime di Sanzanome lavarono la lastra di arenaria infissa nel terreno; le mani pulivano delicatamente la pietra rivelando l’incisione “Berta di Lisignolo di Bucatrave”.
Il primo nome giustificava il vuoto nel cuore: era la mancanza di sua moglie. I nomi successivi, del padre e del nonno, identificativi della famiglia, erano causa del peso sull’anima che sempre lo accompagna. Accusato di aver ucciso Manverso, fratello di Berta, quando ancora era un giovane iroso che frequentava lo studium, aveva dovuto lottare contro l’odio di lei, ma in quell’odio lui aveva trovato l’amore per quel carattere fermo, per quell’animo irrequieto, per quel corpo malato, già violentato da brutali attacchi di tosse.
Immerso nella luce del tramonto, i tratturelli nel cimitero della chiesa di San Dalmasio gli ricordarono il cammino penitenziale che aveva fatto per rivalutarsi ai suoi occhi, per tornare umano, per sposarla e per vincere la fama, uscendo da essa con un’opera volontaria di damnatio memoriae, fino a trovarsi privo di nome, erede solo di un cumulo di macerie: Sanzanome del Guasto.
Nella notte che avanzava sentì il bisogno di cantare e di bere.
Non mancava molto al campana di compieta e nella taverna degli aserri trovò un tavolo dove sedere da solo a sorseggiare del vino caldo e speziato e a strimpellare la sua citola.
Dava l’idea di apprezzare il vino più di quanto gli altri ospiti della taverna apprezzassero la sua musica; ore di allenamento distratto non erano servite a eliminare la goffaggine delle sue dita. La citola era e rimaneva uno strumento adatto a mani delicate, mani femminili o da giullare. Da una dama gli era stata donata e un giullare gli aveva insegnato come muovere la penna sui quattro cori, insieme gli avevano insegnato molti canti; ora ne stava cantando uno allegro in lingua d’oc, accompagnato solo da un piccolo cane nero che uggiolava infastidito sotto il suo tavolo.
«E cosa è…?» biascicò Pietro alzando la testa dal tavolaccio su cui si era addormentato. Il vino rovesciato dal suo boccale si era sparso sul tavolo inzuppando la roba che indossava: guardò gli abiti macchiati con rassegnazione pensando ai rimproveri di Donna Gisla.
Cercò con lo sguardo appannato da bacco la fonte di quel fastidioso stridolio. Un uomo dall’aspetto ruvido e trasandato, con le vesti cupe e l’equipaggiamento di chi è a metà di un lungo viaggio. Era seduto in un angolo non molto illuminato della taverna, intento a suonare malamente uno strumento troppo aggraziato per combinarsi con il suo aspetto rude e vissuto; l’allegria della voce stonava con il volto segnato dalla vita. Un volto nonostante tutto familiare.
Pietro sgranò gli occhi esorcizzando del tutto lo spirito del vino.
«Lamberto…»
Pietro correva con la fantasia, progettando le sue prossime mosse. Quando vide l’uomo dei suoi ricordi alzarsi, raccogliere le sue borse e uscire dalla stanza semi buia, mandò giù il vino spumoso dal boccale appena riempito, lasciò sul tavolo qualche monetina e lo seguì fuori dalla taverna.
Il passo dell’uomo era svelto, e la sua sagoma agile si confondeva in lontananza con l’oscurità e l’umidità della notte. Pietro cercò di seguirlo anche dopo che l'ultima campana ebbe smesso di suonare, ma poi ne perse le tracce.
«Era comunque un’idea stolta» disse fermandosi in mezzo alla strada deserta.
Nel girarsi andò a sbattere contro l’uomo che stava seguendo.
«Perocché seguitavimi?»
«Ah!» Pietro si guardò intorno.
«Io… t’ho recognosciuto»
Sanzanome rimase impassibile.
“Lamberto filio di Adalberto, cacciato da Bologna nell’anno 1200 per avere acciso uno studente dello studium e non aver resposto allo bando»
Sanzanome fissò immobile il suo interlocutore, il quale deviò lo sguardo sforzandosi di assumere un sorriso beffardo.
«Eravamo nella istessa societas iuvines, ma non mi hai mai considerato molto. Comunque non dottare – continuò Pietro – non dicerò nulla cosa. Si tu m’aterai a sbrigare una faccenda»
Il discorso, studiato al tavolo della taverna, recitato in modo magistrale, aveva sortito il suo effetto, Lamberto non aveva scampo, era in suo potere, ne era sicuro.
La sicurezza svanì assieme al sorriso quando Sanzanome cominciò a muoversi con passo pacato verso di lui sfoderando la spada al suo fianco con estrema lentezza.
Pietro correva per le strade di Bologna ingerate di fresco, sopperendo allo stordimento del vino con una grande paura. Alle sue calcagna, Sanzanome guadagnava terreno, impedito dell’equipaggiamento da viaggiatore, ma decisamente più agile e prestante del notaio.
«Deo m’ati!» Pietro gridava sperando che gli uomini di guaita lo udissero; una volta giunto a casa cosa avrebbe fatto? Donna Gisla aveva molti tratti in comune con il demonio, ma dubitava che ciò potesse intimorire il folle alle sue spalle.
Avvicinandosi a casa sua vide della luce contornare l’uscio della corte di Guidotto, la porta era aperta e vi si infilò senza pensarci.
Non sapeva cosa avrebbe fatto una volta entrato, ma di certo non si aspettava di trovare il vecchio Guidotto riverso per terra in una pozza di sangue rappreso.
Altrettanto sorpresi furono i tre uomini che stavano uscendo dalla corte con diversi fagotti di refurtiva sulle spalle, ma la sorpresa durò poco: uno di loro cercò di aggredire Pietro con il torcio che aveva in mano e il notaio cominciò a fuggire in tondo imprecando e pregando.
Sanzanome irruppe dalla porta, fermandosi con aria stupita cercando di decifrare la scena. Gli altri due uomini gettarono i fagotti e si diressero verso di lui brandendo delle corte lame.
“Domineddio! Domineddio!” Pietro continuava la sua corsa scoordinata per la corte, ma un sasso sporgente ebbe la meglio sulle sue calzabraghe suolate, facendolo rovinare al suolo con al seguito il suo aggressore.
Il rumore di caduta consentì a Sanzanome di approfittare della distrazione degli avversari, dando un calcio nei fondelli al primo e un colpo in faccia con il pomello della spada al secondo. Giusto il tempo di liberarsi e correre verso il terzo uomo, che appena rialzatosi vide bene di fuggire dalla corte seguito dai suoi complici.
Pietro era a terra tremante e guardava sopra di lui l’uomo dal volto impenetrabile che lo osservava serrando l’elsa della spada. Sanzanome allungò il braccio porgendogli la mano aperta. Pietro svenne.
Quando Pietro rinvenne, Sanzanome ancora lo guardava, ma la situazione era cambiata: si trovava comodamente adagiato sul suo letto, nella sua casa e sua moglie che lo fissava con occhi da gorgone da un angolo della stanza.
«Tra una svenenza e l’altra se’ riuscito a dicermi ove abiti» disse Sanzanome.
«Erhm… Grazie…»
«La dama m’ha…»
«Ho ricontatoli li guai che ti porti, bono pure a lordare le maniche d’enchiostro!»
«Sì… E ho deciso d’atarti»
«Una bona occasione di redenzione…» disse Pietro sottovoce chiudendo gli occhi.
«Como?»
«Nulla. Cheggevo che pensaviti di fare?»
«Restatevi» disse Donna Gisla «Prima vo’ savere chi è lo tuo cortese salvatore, volgio nulla gentaccia in la mia casa»
«Io sono…»
«lo nepote di Guidotto!»
Sanzanome interrogò Pietro con lo sguardo, poi sorrise amabilmente verso Donna Gisla.
«Ariperto di domino Guido. Nipote di Guidotto»
«Sìsì, boni viri, intendete me, chelli due userebbero bene di assaggiare lo loro stessa medicina amara»
«Cominciamo da chello violento» si disse Sanzanome mentre veniva spinto malamente avanti da due soldatacci dall’aria esperta che lo pungolavano con la punta delle spade.
Aveva seguito il canale del Reno a ritroso fino all’imponente chiusa di Casalecchio e da lì si era mosso verso Ceretolo come indicatogli da Rainerio.
Il fitto castagneto lasciò spazio a una piccola radura che ospitava l’accampamento di una sordida masnada. Un uomo alto, muscoloso, con i capelli screziati e l’aria pericolosa si avvicinò sorridente ai nuovi arrivati.
«Salve bastardo!» disse l’uomo sferrando un pugno al volto di Sanzanome, il quale si piegò per il colpo e con lo stesso movimento sferrò una gomitata all’addome di uno dei soldati che lo seguiva e un colpo alla gola dell’altro, sottraendogli la spada e puntandola alla gola dell’uomo che lo aveva colpito.
«Salve Grigorio!»
Sul campo scese un pesante velo di tensione; i mercenari misero mano alle else.
«Non uscerai vivo di chesto bosco, laido bastardo!»
«Sono quivi pe facerti una proposta»
«E tu pensati che vorriati sentire poscia chello che hai fatto?»
«Visto che hai una lama alla gola pensomi sì e comunque ho fattoti nullo male»
«Nullo male? E lo modo como conciasti mio fratello?»
«Ho fattolo a lui, non a te. E tuo fratello era uno idiota»
Grigorio non trovò cosa opporre a questa logica. Con due dita abbassò la lama che lo minacciava continuando a guardare Sanzanome negli occhi, il quale sorrise.
«Credo che troveremo uno accordo»
«Quanto vale lo mio tempo, bastardo?»
«Quanto oro puotono portare li tuoi balordi?»
Pietro lasciò cadere per terrà un tozzo di pane dopo aver ripulito per bene la scodella di zuppa.
«Finalemente una tranquilla sera in taverna sanza che Malaparte cavalcaci sulle terga»
«Sa’ lo stupore de chello nobile borioso a trovarsi li mercenari a svotarli li magazzini»
«Hai dettoli di gridare che mandavali Bonamoneta?»
«Certo»
«E cosa è? Uno servo di Bonamoneta lagnavasi ché stanotte qualcuno ha saccheggiato anco li magazzini loro dicendo che mandavali Malaparte. Sì stamane le parti di Bonamoneta e di Malaparte hannosi date battaglia pe le strade»
«Cose da fanti» disse Sanzanome facendo spallucce.
«Amen. Lo prossimo fatto?»
«Passiamo a chello furbo. Ma fammi conto: in che giogo tieneti?»
«È lo fratello dello presbitero Marco, cui ho confessato uno pesante sicreto. Et ello ha rivelatolo a Bonamoneta, che ora ricattami»
«Nella pace dello sigillus confessionis…»
Essere svegliato nel cuore della notte da sussulti e gemiti femminili doveva essere sembrato strano al prete Marco, ma evidentemente la sorpresa di trovare nel suo letto due fanciulle nude che si trastullavano l’un l’altra doveva essergli sembrata piacevole se aveva deciso di unirsi a loro in quel sogno peccaminoso.
A spingerlo al peccato era stata la riflessione che in fondo ecclesia de occultis non iudicat, ma quando entrarono nella stanza due spiriti, uno tutto bianco, l’altro tutto nero, lottando tra di loro, gli riaffiorò alla mente il passo della lettera ai romani in cui San Paolo dice che iudicabit deus occulta hominum.
Le due fanciulle svanirono come gatti nell’ombra e Marco si strinse nelle coperte mentre le due figure si affrontavano coperte di ampi manti.
«Giugno dall’inferi pe menare meco l’alma di chesto laido omo!  ̶  disse lo spettro nero guardando Marco  ̶  Ha tradito lo Signore e la fidanza dell’omini che vennero a lui como pastore e guida. Falso e spergiuro»
Marco piagnucolava scuotendo la testa.
«In veritade e’ molto ha peccato  ̶  disse lo spirito bianco – non è omo allo mondo più bugiardo o criatura più atra»
Marco continuava a gemere annuendo ai propri peccati.
«È uno ‘nfame, indegno della misericordia ‘Iddio, una guazza merdosa…»
Lo spettro nero guardò la sua nemesi tossendo.
«Ah sì.  ̶  riprese l’altro – E’ vive peggio d’uno bestio, ma sono quivi pe salvare l’anima sua. Acciò scaccioti vasso dello maligno!»
Fece un ampio gesto col braccio ammantato e lo spirito nero uscì dalla stanza vorticando e maledicendo.
Poi si sedette sul bordo del letto.
«Confessa li peccata Marco, tuoi e delli tuoi parenti»
Marco uscì dalla canonica con aria sconvolta e semi svestito, precipitandosi in strada alla ricerca di qualcuno.
Vedendolo, Sanzanome e Donna Maria si affrettarono a passargli davanti con aria indifferente.
«Donatemi salute!  ̶  disse il prete gettandosi ai loro piedi – Non vo’ che li demoni portanomi via! Uno angelo ha parlatomi. Ha… ha dettomi di confessare le mie culpe alli primi omini pe strada. Atatemi!”
I due si guardarono tra loro sorridendo e si prepararono a un racconto molto interessante.
Pietro aspettava con ansia; il notaio e i testimoni della contrada erano già pronti nella piazza di Santa Margherita per ricevere i nomi degli ufficiali, compreso il soprastante ai pozzi che doveva nominare lui.
Vide arrivare Sanzanome e gli corse incontro.
«Deh. Alotta?»
«Restati cheto. Malaparte è tropo occupato a contare li danni e che l’hanno furato dalli suoi magazzini per pensare a darti noia. E Bonamoneta non ha multa volenza di far intendere in giro la sua simonia. L’officio dello fratello l’ha comperato caro»
«Bene! – Pietro era contento come un bimbo con un dolce in mano  ̶  Alotta domini presenti, volgio nominare suprastante alli pozzi della contrada di Santa Margherita, Ariperto di domino Guido, nipote dello fue Guidotto e rede delli suoi beni»
Mentre il notai rogava l’atto da consegnare al ministrale, Sanzanome si avvicinò all’orecchio di Pietro.
«Levami una curiosità. Ma cosa hai confessato allo presbitero Marco sì indicibile?»
Pietro si guardò attorno sospettoso, poi disse poche parole all’orecchio del compagno.
Sanzanome spalancò gli occhi sconvolto.
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Racconto partecipante alla settima edizione di © Philobiblon (2010)